Ne devo avere uno. Sono arrivate le giostre a Zampagna e Fulvio se ne sta imbambolato davanti alla bancarella dei pesci rossi. Ne devo avere uno. È arrivata l’autopista che spara le sigle dei cartoni animati a tutto volume, si chiama attrazione per stordimento, Fulvio la scampa perché momentaneamente sordo. È arrivato il calcinculo, che in effetti sembra divertente, ma sua madre gli ha proibito di salirci. È arrivata la macchinetta dello zucchero filato, che delusione che è stata l’anno scorso. È arrivata la sala giochi con gli stessi videogame che c’erano vent’anni fa, attrazione anacronistica riservata ai nostalgici. È arrivato il punching ball, quell’affare che si prende a pugni e ti dice quanto sei forte. Per questo è troppo presto però, Fulvio deve ancora scoprire l’importanza della scalata sociale.

Per aggiudicarsi un pesciolino rosso bisogna lanciare una pallina da ping pong e fare centro in una specie di ampolla di vetro con dentro il premio. Le ampolle sono sistemate su diversi piani girevoli a formare una piramide, quelle più vicine alle postazioni di lancio hanno l’imboccatura più piccola, quelle nel mezzo sono collocate un po’ più in alto e sono più grandi. Quella al vertice della piramide invece è quella col l’imbocco più stretto perché dentro c’è il super premio misterioso. Fulvio se ne sbatte altamente del super premio. Tra le ampolle più in basso molte sono vuote, se no è troppo facile. Per vincere bisogna fare centro in quella giusta, se la pallina finisce in un barattolo vuoto si vince soltanto una pacca sulla spalla. Non vale sporgersi troppo.

Ne devo avere uno. La nonna gli ha dato cinque euro per andare sulle giostre, non è molto a dire il vero. Il criterio con cui sua nonna elargisce le mance non l’ha ancora capito. Gli dà venti euro per andare a prendersi un gelato e cinque per andare sulle giostre. Non ha senso, quanto pensa che costano i gelati? Con cinque euro si possono fare solo tre tentativi. Per portarsi a casa un pesciolino con questa cifra serve una bella botta di culo. Non può affidarsi così alla fortuna, non è questo il frangente. Ne devo avere uno. Il giostraio si è accorto della presenza insistente del bimbo. Ogni due minuti gli strilla in faccia: trèèèuuro unntiro, cinghèèèuro trèttiri!

Ho solo cinque euro, te li do tutti in cambio di un pesce rosso. Scegli tu quale darmi, dammi quello più sfigato, quello più vecchio, se ne hai uno che è malato che sta per morire va bene lo stesso. Non voglio tirare palline, voglio soltanto un pesce rosso, me lo vendi? Ho solo cinque euro, te li do tutti. Non sono uno stupido bambino che vuole tirare le palline. Non sono qui per divertirmi. Ho una missione, e mi serve un pesce rosso. Devo aiutare il mio amico Libero.

Libero è un pensionato che vive nello stesso complesso residenziale, da qualche anno è diventato un pescatore assiduo. Passa i suoi pomeriggi seduto in riva al fosso che scorre dietro le villette a schiera, seduto sempre nello stesso punto. Le sue chiappe hanno lasciato l’impronta sulla riva. Fulvio ogni tanto gli fa compagnia, i pescatori a dirla tutta non gli vanno proprio a genio. La pesca, la vede come una sorta di inganno. Una cosa un po’ da codardi, non è bello che si tendano trappole del genere ai pesci. I cacciatori sono molto più fighi invece. Si è fatto questa idea dopo averli visti quella sera, in paese, alla guida di un pick-up ricoperto di fango, con una fila orizzontale di faretti abbaglianti montati sulla testa. Uomini corpulenti, avventurosi, due seduti nel veicolo e due in piedi nel cassone, coi fucili nelle cinture. Tornavano dal bar, dove si erano scolati un paio di litri di birra scura a testa, e stavano andando a caccia di nutrie. Questo Fulvio non lo sa, forse è anche per questo che i cacciatori gli stanno simpatici. I pescatori un po’ meno.

Libero è un caso a parte, anche perché lui non è esattamente un pescatore, diciamo che ci prova. Da quando lo conosce non l’ha mai visto prendere un pesce. Si mette sempre nello stesso punto, dove per sua ammissione non ha pescato mai nulla, e tutti i pomeriggi ostinato continua a tornarci. Una volta il suo piccolo amico non è riuscito a trattenersi e gliel’ha domandato, perché continui ad insistere, perché non provi a cambiare posto? Insomma era palese che nel fosso dietro casa non c’era manco l’ombra di un pesce. Libero allora cambiò espressione, si fece più serio. Quando i grandi si rivolgono a Fulvio con la faccia seria è segno che stanno per dire una marea di cagate. Quel pomeriggio il vecchio gli disse che era un uomo di speranze, che in quanto tale non aveva bisogno di veder realizzate le sue speranze, che aveva bisogno soltanto di mantenerle in vita. Gli disse che non aver mai pescato nulla in quel posto non lo privava della speranza di riuscirci quel giorno, che l’insuccesso di quel giorno non avrebbe abbattuto il domani. Gli disse che il destino degli uomini simili a lui era quello di non vedere mai le proprie speranze realizzate, perché realizzarle significava in qualche modo farle morire. Gli disse che se quel giorno pescava un pesce il giorno dopo non avrebbe saputo che fare. Il piccolo lo ascoltò attentamente, senza capirci molto. Il discorso dell’amico sembrava un continuo contraddirsi. Se pur non lo comprendeva a pieno, o non lo comprendeva affatto, era sicuro di una cosa, non si trattava di una marea di cagate.

Adesso Fulvio pedala a tutta birra verso casa, tiene il manubrio con una mano sola perché l’altra stringe un sacchetto di plastica chiuso alla bell’e meglio. Nel sacchetto c’è un grazioso esemplare di Carassius auratus che nuota in mezzo litro d’acqua. Libero è già al suo posto, seduto là, dove l’erba non cresce più da un pezzo. Quando il bambino arriva getta la bici per terra senza curarsi del cavalletto, nasconde il sacchetto dietro la schiena e passa vicino al suo amico. Dopo averlo salutato frettolosamente si allontana di una decina di metri lungo la riva, deve stare attento a non farsi vedere..

La speranza è un pesciolino rosso che si tuffa in un rivolo torbido.