La ripetizione continua ed incessante di un Atto Elementare permette al genere umano di sostenere la propria esistenza. La riproduzione sessuale non c’entra, l’Atto Elementare non ha niente a che vedere col ciclo vitale, non contempla la catena generazionale e non sa fare i conti con l’eredità cromosomica. L’Atto Elementare è una condizione senza tempo. Se esistete in questo momento significa che qualche esemplare della vostra specie, nella camera a fianco a quella in cui vi trovate o dall’altra parte del mondo, almeno uno, ma in questo preciso istante, sta compiendo l’Atto Elementare. È una magia che si rinnova di continuo, dall’alba dei secoli, e il meccanismo funziona senza intoppi perché l’azione vitale sfugge alla conoscenza dell’uomo, nel senso che non la si può individuare con certezza, che poi è anche il motivo per cui questa teoria mi affascina. Devo averla letta da qualche parte anni fa, che sia il credo di una tribù del centro Africa o la fantasia di un personaggio di un romanzo, non me lo ricordo più. Mi è capitato di ripensarci spesso, questo lo so, divertendomi nel scartare le ipotesi che mi passavano per la testa. Consapevole che il processo deduttivo non sarebbe stato d’aiuto mi ci divertivo lo stesso. Poi è successo, quando meno me lo aspettavo, me lo sono trovato di fronte e l’ho riconosciuto.

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Nel mezzo della piazzetta, spostato verso le scalinate della chiesa, c’è un uomo seduto su uno sgabello, indossa un frac fieramente sgualcito e guanti con le dita mozzate. Ha la barba scura e incolta, il quadro la vorrebbe un poco più lunga ma pazienza. Davanti a sé ha un pianoforte a coda.

Sulle scalinate che ergono dietro la sua stazza siede un gruppo di zingari, sono almeno una dozzina, si sono presi una pausa temporanea dal lavoro per ascoltare il concerto. Il più giovane però non sembra tanto interessato alla musica, la sua attenzione è per il cappello del musicista, riverso per terra a mezzo metro dalla coda dello strumento.

Uno stormo di piccioni becchetta l’asfalto tra i piedi degli zingari.

Di fronte alla chiesa dall’altra parte dello spiazzo c’è un McDonald, sono le dieci del mattino, i tavolini fuori sono tutti occupati perché adesso servono anche la colazione. Questo periodo è talmente contraddittorio che nemmeno i piccioni si fidano.

Intorno al pianoforte si è formato un folto gruppo d’ascolto che risucchia nuovi membri ad ogni istante, un piccolo furgone sbuffa fumo bianco dalla marmitta, ha il permesso per circolare nella zona pedonale ma il momento glielo impedisce. Stanno tutti in piedi con la bocca aperta e nessuno si accorge di niente. Soltanto io realizzo qualcosa, che anche la mia mascella si è abbassata per lo stupore, è il primo passo verso la realizzazione completa. Sono nel centro del mondo, e questo gesto inconsulto, stupirsi a bocca aperta, è il suo Cuore pulsante, lo riconosco nelle bocche spalancate degli astanti, nelle placche metalliche che infelicemente decorano le dentature degli zingari, e negli avanzi premasticati di lipidi saturi che riempiono le fauci di chi siede a far colazione.