Il piccolo Alberto vive dentro una campana protettiva realizzata con un materiale impossibile da infrangere e duro ad essere scalfito, si chiama apprensite, gliel’ha costruita sua madre il giorno in cui è venuto al mondo. Convivendoci dalla nascita è naturalmente abituato alla protezione materna, non si fa domande a riguardo, non fantastica tentativi d’evasione, fa così parte della sua consuetudine che a dire il vero non immagina nemmeno sia possibile liberarsene. Per acquisire consapevolezza ogni tanto è necessario imparare a disabituarsi, ma come può un bambino di sette anni elaborare un concetto simile? Forse in questo caso la via più semplice per raggiungere il medesimo scopo è un’altra, serve una singolarità, un fatto eccezionale che lo proietti per un solo istante fuori dal proprio involucro. Serve per esempio che in un appartamento situato dall’altra parte della città un esemplare maschio di anni ventidue prenda la decisione di farla finita con la propria ragazza, serve altresì che quella sera i genitori di Alberto siano fuori a cena, è necessario infine che la sventurata del primo periodo riceva il messaggio annientante proprio mentre siede sul divano a pochi passi dal piccolo. Ho sete dice lui, lo ripete per tre volte prima che la baby-sitter lo consideri..

Le gambe pesano come macigni, il cuore è spezzato, le imbottiture del sofà mutano consistenza trasformandosi in sabbie mobili, il richiamo del bimbo giunge alle sue orecchie un attimo prima di sprofondare nell’abisso. L’automa si alza dal divano e si dirige verso il frigorifero della cucina senza distogliere lo sguardo dal display luminoso del cellulare, al suo ritorno porta con sé un bicchiere colmo di aranciata che consegna tra le mani di piccolo, incredulo. Tra le tante regole che il bambino è abituato è osservare c’è anche una sezione specifica che riguarda l’abbeverarsi, in particolare valgono le seguenti norme:

1) L’acqua del frigo può essere bevuta soltanto se miscelata nel bicchiere con una dose equivalente di acqua a temperatura ambiente.

2) L’acqua frizzante può essere bevuta soltanto se miscelata nel bicchiere con una dose equivalente di acqua naturale.

3) Le bibite gasate sono soggette ad una regolamentazione speciale che deve essere discussa caso per caso, permangono due punti fissi, la diluizione obbligatoria con acqua e il divieto assoluto nelle ore serali.

Mentre il piccolo osserva il bicchiere di aranciata ghiacciata non intravede ancora la potenzialità della sua prima trasgressione, tra le mani non ha un’occasione ghiotta da sfruttare, bensì un  errore che dovrebbe essere riparato. Accenna infatti una timida protesta ma i cumuli di carne e di tessuto organico cuciti insieme in qualche modo a formare la sua baby-sitter lo ignorano in via definitiva. Non è forse anche questo un caso di epifania distrazionale?

Il primo sorso è misurato con la stessa cura che si riserva al primo passo su un terreno inesplorato, un confine di cui non sospettava nemmeno l’esistenza è appena stato varcato, Alberto come Colombo ha scoperto il Mondo Nuovo. Le sensazioni che lo accolgono sono vere sorprese, la bibita non diluita brucia in gola ma la dolcezza che porta con sé non ha nulla a che vedere col surrogato di aranciata propinatogli dalla madre. Il secondo passo è molto più deciso, il piccolo pioniere azzarda e svuota il bicchiere in un sorso solo, il bruciore si fa decisamente più intenso costringendolo ad una smorfia. Seguono istanti di silenziosa introspezione, Alberto ha l’impressione di aver ingerito una bomba che minaccia di scoppiargli nello stomaco L’esplosione giunge dopo qualche secondo sotto forma di rutto epocale, mentre il piccolo scopre i suoi canali nasali frizzare di gioia la ragazza che gli sta a fianco si lascia andare ad un pianto liberatorio.

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È stato il mio sacrestano a suggerirmelo, qualche settimana fa, mentre facevo una piccola riflessione seduto sulla poltrona del salotto, che di solito non uso mai. Mi ci sono seduto proprio perché non lo faccio mai, cercavo un oggetto per casa, non ricordo quale fosse, ma la ricerca deve essere durata parecchio se mi sono spinto fino al salotto. Una poltrona non dovrebbe provare i sentori dell’abbandono, ma un uomo, nella fattispecie io, può dispiacersi lo stesso se s’accorge di aver abbandonato un arredo. Soprattutto se parliamo di un arredo di questa comodità,  un vero dispiacere! Se ti spostassi dal salotto avrei modo di utilizzarti più spesso, potremmo trovare un contatto più profondo, potrei, se tu me lo permetti, lasciare il segno delle mie chiappe stampato sulla tua soffice struttura, diverremmo complementari.  Intanto aiutami a trovar l’oggetto smarrito, cullami mentre siedo qui con gli occhi chiusi e rifletto su dove posso averlo messo l’ultima volta.

– Sveglia prete!!

– Perspicacio! Come hai fatto a entrare?

– La porta stava aperta prete, e tu sei qua a dormire sulla poltrona che mi sembri una mummia mummificata! Ma che ti prende?

– Volevo sedermi soltanto un attimo. Devo essermi addormentato..

– Eh ti credo!

– Sono un po’ stanco ultimamente..

– Senti a me prete, va bene la stanchezza, ma tu.. secondo me..  c’hai bisogno d’evadere!! Mi capisci?

Ti capisco e per una volta tanto ti voglio ascoltare, seguirò il tuo consiglio. Evado dal mio piccolo paese, e soprattutto, perché questo non basterebbe, evado da me stesso. Ho scelto di affrontare due esperienze totalmente nuove per me, vado tre giorni in campeggio con la tenda, e per questi tre giorni mi libero del collare ecclesiastico. La prima si configura come una sfida con me stesso, la seconda è una sorta di esperimento sociale, sono convinto che le persone quando si relazionano con un prete attivino una serie di filtri che ne modificano il comportamento (a parte Saverio), dopo tanti anni di veste voglio tornare ad essere trattato come una persona comune. 

Dalla mia vacanza ho imparato due cose:

1)     Che le tende che si montano da sole tirando una cordicella lo fanno con una rapidità che sorprende, però poi sono impossibili da richiudere.

2)     Se siete un prete e decidete di trascorrere tre giorni in campeggio in “borghese” liberandovi della veste ecclesiastica i vostri vicini di tenda saranno rispettivamente: una quartetto di tedeschi sempre sbronzi e alquanto generosi, una famiglia di veneti che utilizza la bestemmia come intercalare, e per finire, una famiglia di toscani, che a differenza dei veneti non lavora di quantità ma di fantasia, bestemmie che giuro non avevo mai sentito in vita mia. Tutto questo non capita per vendetta divina, Iddio vendicativo è un concetto che appartiene al passato, ma non capita nemmeno per caso, rimane un disegno divino, a mio modo di vedere riconducibile all’umorismo. Vi vedo storcere il naso, non siate sciocchi, Dio il senso dell’umorismo ce l’ha eccome! 

Capita che per una settimana sono costretto a prendere il treno tutte le mattine per raggiungere Sultona, impegni ecclesiastici che non mi degno di descrivere, non riuscireste comunque a comprenderli, e soprattutto non sono grado di spiegarveli dato che non li ho capiti nemmeno io. Devo raggiungere la diocesi della capitale per firmare carte, solo che non me le fanno firmare tutte in un unico giorno e Dio solo sa il perché, ci sono carte per ogni giorno della settimana, tante carte, troppe per essere lette tutte. È anche per questo che non ho capito bene di cosa si tratta. Non prendetemi per un superficiale, la massa cartacea che mi schiaffano davanti ogni giorno supera il limite della leggibilità, l’equivalente di tre Bibbie a occhio e croce. Mi fido e firmo tutto, di sicuro non sto vendendo l’anima al diavolo. Oppure è stato molto bravo.

Quando prendi lo stesso treno tutti i giorni incontri sempre la stessa gente. Io sono un nuovo, infatti il lunedì mi guardano e mi salutano tutti. Martedì faccio già parte della famiglia, non mi saluta più nessuno e finalmente sono io che posso guardare un po’ gli altri. Quattro signore sulla cinquantina catturano la mia attenzione, che detto da un prete suona un po’ così così. Per non lasciar spazio a dubbi specifico subito che sono i loro discorsi a colpirmi, mentre aspettano il treno parlano del tempo del giorno prima. Una delle signore fa le pulizie in stazione, le altre prendono il treno e da quanto ho capito scendono tutte a fermate diverse. Passano la giornata lavorativa in città differenti e il giorno dopo si aggiornano sulle rispettive condizioni meteorologiche che furono. La cosa che mi incuriosisce di più è che nessuna è mai contenta del proprio destino. Ci sono giornate troppo calde, giornate troppo fredde, giornate afose, giornate secche, giornate che pioveva, giornate buie, giornate con quel filo d’aria assassino, giornate grigie, giornate incerte, giornate che non vogliono dire niente, giornate che prima sono troppo calde e poi troppo fredde, giornate che si stava bene ma soltanto al chiuso, giornate che si stava bene ma soltanto all’ombra e l’ombra non c’era. Il tempo delle altre invece desta sempre un po’ di invidia, mi domando se cambiare l’ordine delle fermate basterebbe per renderle tutte più contente.

In ogni modo a me questo servizio meteo piace molto. Me ne accorgo venerdì, l’ultimo giorno della mia settimana da pendolare, la signora che scende alla fermata prima della mia non c’è e io mi scopro inquieto. Il meteo del giorno prima ti dà sicurezza, non si nasconde dietro ai condizionali, non è servito da gente vestita in modo elegante, e soprattutto, non crea aspettative. 

E poi non sbaglia mai, che non è poco.  

Fedelmente pescate su Google News, della serie scoppia il maiale ferito il contadino.

  1. Tossicità dell’acqua. Si scopre che in Italia nel 2012 abbiamo avuto 390 morti per overdose, e 400 morti per annegamento. Ma niente, fare il bagno è ancora legale.
  2. Riforma della Sanità. Ricapitoliamo: il paziente non si chiamerà più paziente ma persona assistita, e prima dell’operazione la persona assistita non riceverà l’anestesia ma l’ipnosi.

Esiste una corrente di pensiero che sostiene che parlare alle piante le aiuti a crescere meglio, che i sussurri, le parole dolci, gli incoraggiamenti, e tutto ciò che di buono può essere convogliato nella voce umana possa esser compreso e apprezzato dalla vitalità vegetale. I libri di botanica classica non la considerano ancora ma oggi questa teoria è molto diffusa, sono sicuro che ne avrete già sentito parlare, in caso contrario basterà una rapida ricerca su google per farvi un’idea di quanti sono i sostenitori che la promuovono. A sentire quel che dice la signora Franca sulla piazza del mercato, suo marito deve essere un vero paladino della sopracitata tesi, visto che non fa altro che parlare con le sue piante di peperoni! Il tono è vestito da lamento ma la signora mentre canta le lodi del marito è assai divertita, e la sua voce stridula è così forte che qualche metro più in là, il signor Maurizio, venditore di formaggi nonché urlatore professionista, si è fatto paonazzo in volto nel tentativo di sbaragliare la concorrenza. Se il marito di Franca si rivolge così spesso ai suoi ortaggi può essere che sia alla ricerca di una sensibilità superiore, patteggio decisamente per lui, anche se qualche volta una risata alle sue spalle me la sono fatta anche io. Il suo giardino è visibile dalla finestra del mio studio e posso confermare che tutte le sere si completa l’incontro. Se ne sta in piedi nel bel mezzo dell’orto, non bagna, non strappa le erbacce, non muove un dito! Parla e basta. Se piove prende un ombrello e la scena si ripete tale quale, immobile sotto il nubifragio, l’unica percezione di movimento sulle sue labbra. È una scena abbastanza comica, e incomprensibile, fintanto che non succede quel che è successo stamattina. Mario mi ha portato una scodellina con dentro quattro dei suoi pomodori.

San Marzano, è la stessa qualità che coltivava mio padre nell’orto della nostra vecchia abitazione qualche decennio fa. È un pomodoro piccolo dalla forma allungata, la buccia sottile ma stagna racchiude in sé un’esplosione di dolcezza. Quand’ero più piccolo mia nonna paterna mi insegnava a mangiarli senza condimento per merenda. Ne coglieva uno dalla pianta e lo buttava giù così, in un paio di bocconi. Quando immancabilmente le domandavo perché si mangiasse un pomodoro a merenda ne coglieva un altro e me lo porgeva.

Questa primavera è stata molto rigida qui a Zampagna e i pomodori non ce l’hanno fatta, non ci sono in nessun orto. Mario è riuscito in un’impresa che comprendo a pieno soltanto al primo morso, mi ha portato l’estate.

Certi eventi emergono dal buio oscuro, simili a comete che si scontrano su questo fragile mondo dopo inutili ellissi. Stiamo passeggiando sulla sterrata verso la cascina Bellaria quando mio figlio, quattro anni, dà uno strappone alla mano che lo teneva e attraversa improvvisamente la strada. Al di là della carreggiata c’è il fosso, e il piccolo ha bisogno di sapere se dentro l’acqua nuotano i pesciolini. Che cosa succede quando avvengono troppi avvenimenti impossibili, quando una ridondanza unica non basta? La vettura percuote mio figlio in pieno petto, e lo trascina per trentacinque metri, negando a lui e alla fauna acquatica circostante la reciproca consapevolezza dell’altrui presenza. Mio figlio cessa di esistere.

Certi sistemi dinamici possono cambiare bruscamente per piccole variazioni di certi loro parametri. Alcuni sistemi dinamici non reggono, altri corrono, altri annegano, c’è chi si mette a parlare del più e del meno e chi fa i picnic sulla tomba del morto. Ci sono sistemi in cui cessa la necessità di comunicare e di conoscere. È il mio caso. Io taccio. Zitto. Non una parola, non un gesto, nessuna mimica facciale o singhiozzo. Silenzio, ininterpretabile silenzio. Il male è un movimento in direzione del nulla.

Il primo è stato Don Spiffero a chiedermi se provo dolore. Per me non è rilevante saperlo, né lo è condividerlo. Al bar Aglio mi chiesero se il tipo fosse ubriaco, o magari rumeno, e possibilmente entrambe le cose. Non me ne curo. Gli attributi circostanziali, gli aggettivi qualificativi, le cause scatenanti, il calcolo delle probabilità, le presunte derive escatologiche; queste cose mi scivolano via come gocce di mercurio. Una sera, quando il silenzio si fa buio, il residuo umano di quello che un tempo ha partorito mio figlio mi supplica di pronunciare il proprio nome di battesimo: vuole sentirsi viva, vuole fare l’amore, vuole fermare il tempo, riavvolgerlo, prendere una seconda direzione. Come ora e sempre, io taccio, nei secoli dei secoli. In me, tutto è compiuto, inutilmente. Così non schivo nemmeno l’abat-jour di vetro di murano, quando un’accelerazione tangenziale la proietta verso il mio lobo frontale. Le gocce di mercurio di un termometro rotto.

Più tardi, qualcuno avrà già pensato che io abbia bisogno di assistenza psicologica. Allora verrà un signore a farmi visita due volte alla settimana. Staremo seduti in salotto per qualche decina di minuti, oppure in veranda, lui compirà azioni di cui non mi interesso ed emetterà domande a cui non darò risposta. Berremo the freddo. Intanto, la donna che vive con me piangerà in silenzio appoggiata al frigo. Questo signore le dirà con voce calma e tampa che ci sono due tipi di coma, quello neurologico e quello cognitivo. Il mio è del secondo genere. E poi le chiederà anche se ha ancora bisogno di quelle pastiglie. E poi le infilerà la lingua in bocca.

Un giorno un pesciolino uscì dal fosso per sapere se il padre e il figlio si stessero tenendo per mano.

Per esempio, ecco come trasformare in poesia le news delle varie “redazioni online”.

1) Aprire google news e individuare un articolo banale.

2) Fare copia (ctrl+C) senza leggerlo.

3) Incollarlo (ctrl+V) dentro google translate, tradurlo in inglese e ricopiarlo.

4) Incollare la traduzione dentro Ezrewriter. Copiare la riscrittura.

5) Incollare la riscrittura dentro google translate, tradurlo in francese.

6) Incollare la traduzione francese dentro google translate, tradurla in italiano.

7) Leggere la poesia nel quotidiano inserendo gli a capo dove necessario.

Esempio di poema:

(AGI) – Napoli, 4 luglio – Il corpo addormentato “è stato avviato in accordo con i pescatori a pescare l’antica notte, circa 8. Accetta resti. Assunto la polizia. Il badge indagato l’incidente. In una versione abbreviata di pantaloni giovane complicità che il traffico, e l’ordine del giorno è stato quello di avviare, in cui ha chiesto scusa alla madre per togliere dal gioco, la sera di storia che il denaro apparteneva la famiglia. (AGI).

Esempio di blog di Beppe Grillo

Niente di più. Il Parlamento ha bandito il nuovo F35, in assenza di approvazione delle camere. Alone di velivoli ricco nazioni per la loro goffaggine e la quantità di decine di miliardi di guerra. Questi cuscinetti non AVEVA. E ‘un abominio di alto tradimento, lesa americanità.

Una ricetta Zen di Giallo Zafferano

Quando montate gli albumi, aggiungere l’estratto a filo della vettura. Continuare a battere fino ad ottenere una morbida e blubbery. Aggiungere gli albumi al composto di successo che siete d’accordo preparato in anticipo, l’attività della base alla parte superiore della demografia afflizione non per abolire gli albumi a mescolare tutta la capacità vero bene. Ora aggiungere la farina, amido di mais e cuocere briciola setacciata insieme, unire totale calma e mettere il composto in una ciotola capiente. Anche in questo caso l’applicazione abbraccia tutte le cose pulite, sbattere gli albumi con lo zucchero reale.

Nonostante il solleone, il caldo assorbito dalla veste nera e il sudore dei piedi dentro i sandali di cuoio, il prete che attraversava il campo mormorando il padre nostro aveva le mani fredde. Come tutti gli anni, l’erba era stata falciata per fare posto al capannone e alla balera, ma di solito il prete non passava da quelle parti in questo periodo dell’anno. Era luglio inoltrato e all’incontro prestabilito, il suo ospite avrebbe notato quelle mani così fredde. “Una stretta di mano tombale” avrebbe potuto pensare, e quella piccola possibilità deconcentrava il prete, facilitando dispettosi incubi ad occhi aperti, ipocondriache premonizioni di morte ed altri brevi disturbi percettivi che lo accompagnarono fino al capannone, dove lo lasciarono dubbioso ed esitante fino a che l’eco dell’ultimo rintocco del mezzogiorno si spense. Aveva o non aveva sussurrato venga il tuo regno? L’erba recisa fermentava in fieno; fiutatone l’odore, Don Spiffero starnutì, opprimendo ancora di più il morso della fame, dacci oggi il nostro pane quotidiano, e dell’ansietà, e non ci indurre in tentazione. Nel naso del prete, l’odore di erba secca si mescolava al profumo di carne alla griglia; nella coscienza del prete, il timore idiota di evocare una parodia di Guareschi si mescolava con la vocazione missionaria di una vita. Le secrezioni gastriche del mezzogiorno erano ulteriormente inacidite dall’ansia per la prova che nostro Signore gli domandava, sia fatta la tua volontà. Flagellato dai crampi allo stomaco, sudando e tremando Don Spiffero mosse gli ultimi passi come un gesuita avrebbe affrontato la giungla amazzonica alla ricerca degli indios. Un gesuita obeso con la faccia di don Camillo (che non c’aveva neppure l’oboe). Ovunque lo sguardo di Spiffero si posasse, la dodicesima festa di Rifondazione Comunista aveva luogo, e il prete ne era ormai irreversibilmente all’interno. In un angolo, il suo ospite lo aspettava con un ghigno che non prometteva nulla di buono. Ma liberaci dal male. Amen.

Il primo capitolo è già stato pubblicato qui. http://wp.me/pYmcF-6e

(L’oboe è ovviamente quello di Gabriel)

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