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Ne devo avere uno. Sono arrivate le giostre a Zampagna e Fulvio se ne sta imbambolato davanti alla bancarella dei pesci rossi. Ne devo avere uno. È arrivata l’autopista che spara le sigle dei cartoni animati a tutto volume, si chiama attrazione per stordimento, Fulvio la scampa perché momentaneamente sordo. È arrivato il calcinculo, che in effetti sembra divertente, ma sua madre gli ha proibito di salirci. È arrivata la macchinetta dello zucchero filato, che delusione che è stata l’anno scorso. È arrivata la sala giochi con gli stessi videogame che c’erano vent’anni fa, attrazione anacronistica riservata ai nostalgici. È arrivato il punching ball, quell’affare che si prende a pugni e ti dice quanto sei forte. Per questo è troppo presto però, Fulvio deve ancora scoprire l’importanza della scalata sociale.

Per aggiudicarsi un pesciolino rosso bisogna lanciare una pallina da ping pong e fare centro in una specie di ampolla di vetro con dentro il premio. Le ampolle sono sistemate su diversi piani girevoli a formare una piramide, quelle più vicine alle postazioni di lancio hanno l’imboccatura più piccola, quelle nel mezzo sono collocate un po’ più in alto e sono più grandi. Quella al vertice della piramide invece è quella col l’imbocco più stretto perché dentro c’è il super premio misterioso. Fulvio se ne sbatte altamente del super premio. Tra le ampolle più in basso molte sono vuote, se no è troppo facile. Per vincere bisogna fare centro in quella giusta, se la pallina finisce in un barattolo vuoto si vince soltanto una pacca sulla spalla. Non vale sporgersi troppo.

Ne devo avere uno. La nonna gli ha dato cinque euro per andare sulle giostre, non è molto a dire il vero. Il criterio con cui sua nonna elargisce le mance non l’ha ancora capito. Gli dà venti euro per andare a prendersi un gelato e cinque per andare sulle giostre. Non ha senso, quanto pensa che costano i gelati? Con cinque euro si possono fare solo tre tentativi. Per portarsi a casa un pesciolino con questa cifra serve una bella botta di culo. Non può affidarsi così alla fortuna, non è questo il frangente. Ne devo avere uno. Il giostraio si è accorto della presenza insistente del bimbo. Ogni due minuti gli strilla in faccia: trèèèuuro unntiro, cinghèèèuro trèttiri!

Ho solo cinque euro, te li do tutti in cambio di un pesce rosso. Scegli tu quale darmi, dammi quello più sfigato, quello più vecchio, se ne hai uno che è malato che sta per morire va bene lo stesso. Non voglio tirare palline, voglio soltanto un pesce rosso, me lo vendi? Ho solo cinque euro, te li do tutti. Non sono uno stupido bambino che vuole tirare le palline. Non sono qui per divertirmi. Ho una missione, e mi serve un pesce rosso. Devo aiutare il mio amico Libero.

Libero è un pensionato che vive nello stesso complesso residenziale, da qualche anno è diventato un pescatore assiduo. Passa i suoi pomeriggi seduto in riva al fosso che scorre dietro le villette a schiera, seduto sempre nello stesso punto. Le sue chiappe hanno lasciato l’impronta sulla riva. Fulvio ogni tanto gli fa compagnia, i pescatori a dirla tutta non gli vanno proprio a genio. La pesca, la vede come una sorta di inganno. Una cosa un po’ da codardi, non è bello che si tendano trappole del genere ai pesci. I cacciatori sono molto più fighi invece. Si è fatto questa idea dopo averli visti quella sera, in paese, alla guida di un pick-up ricoperto di fango, con una fila orizzontale di faretti abbaglianti montati sulla testa. Uomini corpulenti, avventurosi, due seduti nel veicolo e due in piedi nel cassone, coi fucili nelle cinture. Tornavano dal bar, dove si erano scolati un paio di litri di birra scura a testa, e stavano andando a caccia di nutrie. Questo Fulvio non lo sa, forse è anche per questo che i cacciatori gli stanno simpatici. I pescatori un po’ meno.

Libero è un caso a parte, anche perché lui non è esattamente un pescatore, diciamo che ci prova. Da quando lo conosce non l’ha mai visto prendere un pesce. Si mette sempre nello stesso punto, dove per sua ammissione non ha pescato mai nulla, e tutti i pomeriggi ostinato continua a tornarci. Una volta il suo piccolo amico non è riuscito a trattenersi e gliel’ha domandato, perché continui ad insistere, perché non provi a cambiare posto? Insomma era palese che nel fosso dietro casa non c’era manco l’ombra di un pesce. Libero allora cambiò espressione, si fece più serio. Quando i grandi si rivolgono a Fulvio con la faccia seria è segno che stanno per dire una marea di cagate. Quel pomeriggio il vecchio gli disse che era un uomo di speranze, che in quanto tale non aveva bisogno di veder realizzate le sue speranze, che aveva bisogno soltanto di mantenerle in vita. Gli disse che non aver mai pescato nulla in quel posto non lo privava della speranza di riuscirci quel giorno, che l’insuccesso di quel giorno non avrebbe abbattuto il domani. Gli disse che il destino degli uomini simili a lui era quello di non vedere mai le proprie speranze realizzate, perché realizzarle significava in qualche modo farle morire. Gli disse che se quel giorno pescava un pesce il giorno dopo non avrebbe saputo che fare. Il piccolo lo ascoltò attentamente, senza capirci molto. Il discorso dell’amico sembrava un continuo contraddirsi. Se pur non lo comprendeva a pieno, o non lo comprendeva affatto, era sicuro di una cosa, non si trattava di una marea di cagate.

Adesso Fulvio pedala a tutta birra verso casa, tiene il manubrio con una mano sola perché l’altra stringe un sacchetto di plastica chiuso alla bell’e meglio. Nel sacchetto c’è un grazioso esemplare di Carassius auratus che nuota in mezzo litro d’acqua. Libero è già al suo posto, seduto là, dove l’erba non cresce più da un pezzo. Quando il bambino arriva getta la bici per terra senza curarsi del cavalletto, nasconde il sacchetto dietro la schiena e passa vicino al suo amico. Dopo averlo salutato frettolosamente si allontana di una decina di metri lungo la riva, deve stare attento a non farsi vedere..

La speranza è un pesciolino rosso che si tuffa in un rivolo torbido.

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Sulla piazza una fila variopinta di bambini attende davanti ad una cabina, che se non sbaglio è la stessa che montano in comune quando ci sono le elezioni, poco più in là c’è il gruppetto di genitori adunati in discussione, gesticolano animatamente con i mozziconi stretti nelle dita. Il vento maltratta le sciarpe colorate dei piccoli, ne percepisco la forza rimanendo dietro il vetro della finestra, ogni folata porta con sé manciate di taglietti sulle labbra. La fila però non si scalfisce, i bimbi formano una linea dritta perfetta che rompe la piazza in due spazi diversamente equilibrati, il gruppo di genitori colma un vuoto nello spazio più grande, formano anch’essi un cerchio perfetto intorno al quale gravitano piccoli satelliti curiosi. Dall’altra parte invece stanno una dozzina di pensionati, stanno in piedi con le mani in tasca ad osservare la scena, hanno fatto dell’angolo nord-est la propria base strategica da tempi che nessuno ricorda. Chiusi nella sicurezza delle mezze stagioni che non ci sono più, formano un quadrato scuro dai lati spessi, una figura solida con i vertici leggermente smussati, che vuole dire non abbiamo bisogno di niente ma siamo affabili, non abbiate paura. Se voglio sapere cosa sta succedendo mi posso rivolgere a loro. Il tutto mi ricorda una tela di Kandinsky, colori tenui, forme audaci, significato inafferrabile. Mi sembra una giornata troppo brutta per organizzare le elezioni del capoclasse, se di questo si tratta, indosso il cappotto ed esco di casa per scoprirlo. 

Il quadrato dei pensionati mi accoglie affettuosamente, una volta dentro però devo stare alle loro regole, riscoprendo per l’ennesima volta una debolezza che mi accompagna da sempre e che di tanto in tanto, come oggi, mi mette in difficoltà. Non so parlare il mio dialetto. Lo capisco perfettamente ma non riesco a riprodurlo, è come se il mio apparato vocale si rifiutasse di emettere certi suoni. O forse è una questione di testa. La “u” è in assoluto la mia acerrima nemica, nel dialetto di Zampagna ci sono tre modi differenti per pronunciare questa vocale, ogni parola vuole la sua. Io sono in grado di storpiarla in tutte le sue versioni. Penserete che non è un problema tanto grave, io dico dipende, è tutto relativo alla condizione in cui vi trovate, se siete all’interno del quadrato l’incapacità di parlare in dialetto assume la sua importanza.

Detto questo veniamo al dunque. I bambini che formano la fila sono gli alunni della prima elementare, aspettano il proprio turno per entrare nella cabina dove saranno sottoposti ad un test individuale. Sono chiamati a svolgere una doppia prova, scritto più orale, che deciderà il futuro della loro nuova maestra d’italiano. La signora Giuseppina Abbate è arrivata a Zampagna qualche anno fa, dopo aver lavorato per un po’ di tempo come supplente, quest’anno, causa pensionamento della precedente maestra, è diventata insegnante di ruolo. La sua posizione ha suscitato da subito qualche malumore per via di un problemino che curiosamente si oppone al mio. Lei il suo dialetto lo sa parlare bene, e fatica ad abbandonare l’accento della sua terra. Giuseppina è nata a Trapani, se nelle vene vi scorre polenta di grano duro questo fatto può risultare inammissibile. I bambini di prima elementare sono soggetti estremamente plasmabili, alcuni genitori, i promotori di questa messa in scena, sono convinti che l’accento della signora Giuseppina possa rappresentare un elemento deviante dal corretto insegnamento della lingua italiana. La polemica è nata in piazza e si risolverà nello stesso luogo. Quello che oggi si vuole comprovare, o sfatare, è che l’influenza negativa abbia già fatto il suo corso, per capire se il germe è già stato innestato tutti bimbi verranno dunque messi alla prova, come già preannunciato, scritto più orale, sul classico dei classici.

Si dice Camicia o Cammicia? 

La ripetizione continua ed incessante di un Atto Elementare permette al genere umano di sostenere la propria esistenza. La riproduzione sessuale non c’entra, l’Atto Elementare non ha niente a che vedere col ciclo vitale, non contempla la catena generazionale e non sa fare i conti con l’eredità cromosomica. L’Atto Elementare è una condizione senza tempo. Se esistete in questo momento significa che qualche esemplare della vostra specie, nella camera a fianco a quella in cui vi trovate o dall’altra parte del mondo, almeno uno, ma in questo preciso istante, sta compiendo l’Atto Elementare. È una magia che si rinnova di continuo, dall’alba dei secoli, e il meccanismo funziona senza intoppi perché l’azione vitale sfugge alla conoscenza dell’uomo, nel senso che non la si può individuare con certezza, che poi è anche il motivo per cui questa teoria mi affascina. Devo averla letta da qualche parte anni fa, che sia il credo di una tribù del centro Africa o la fantasia di un personaggio di un romanzo, non me lo ricordo più. Mi è capitato di ripensarci spesso, questo lo so, divertendomi nel scartare le ipotesi che mi passavano per la testa. Consapevole che il processo deduttivo non sarebbe stato d’aiuto mi ci divertivo lo stesso. Poi è successo, quando meno me lo aspettavo, me lo sono trovato di fronte e l’ho riconosciuto.

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Nel mezzo della piazzetta, spostato verso le scalinate della chiesa, c’è un uomo seduto su uno sgabello, indossa un frac fieramente sgualcito e guanti con le dita mozzate. Ha la barba scura e incolta, il quadro la vorrebbe un poco più lunga ma pazienza. Davanti a sé ha un pianoforte a coda.

Sulle scalinate che ergono dietro la sua stazza siede un gruppo di zingari, sono almeno una dozzina, si sono presi una pausa temporanea dal lavoro per ascoltare il concerto. Il più giovane però non sembra tanto interessato alla musica, la sua attenzione è per il cappello del musicista, riverso per terra a mezzo metro dalla coda dello strumento.

Uno stormo di piccioni becchetta l’asfalto tra i piedi degli zingari.

Di fronte alla chiesa dall’altra parte dello spiazzo c’è un McDonald, sono le dieci del mattino, i tavolini fuori sono tutti occupati perché adesso servono anche la colazione. Questo periodo è talmente contraddittorio che nemmeno i piccioni si fidano.

Intorno al pianoforte si è formato un folto gruppo d’ascolto che risucchia nuovi membri ad ogni istante, un piccolo furgone sbuffa fumo bianco dalla marmitta, ha il permesso per circolare nella zona pedonale ma il momento glielo impedisce. Stanno tutti in piedi con la bocca aperta e nessuno si accorge di niente. Soltanto io realizzo qualcosa, che anche la mia mascella si è abbassata per lo stupore, è il primo passo verso la realizzazione completa. Sono nel centro del mondo, e questo gesto inconsulto, stupirsi a bocca aperta, è il suo Cuore pulsante, lo riconosco nelle bocche spalancate degli astanti, nelle placche metalliche che infelicemente decorano le dentature degli zingari, e negli avanzi premasticati di lipidi saturi che riempiono le fauci di chi siede a far colazione. 

Merda!

Oltre ad essere una tematica molto discussa nel Bestiario di Zampagna (vedi 123456), è stato il mio primo pensiero quando Perspicacio mi ha detto che suo zio voleva seguire le sue orme e venire a dare una mano in oratorio. Quel giorno non conoscevo ancora Bellosguardo, il mio pregiudizio aveva una sola discolpa, razzista forse, il proverbio che buon sangue non mente. Qualche giorno dopo il mio sacrestano me lo presentò di persona, il pensiero originario subì una leggera deviazione.

Merda santissima! 

Il fatto è che non c’entrava niente col nipote, la sua perfetta antitesi. Perspicacio è esuberante, esplosivo, espressionista. Suo zio invece è quel tipo di persona che mentre ci parli insieme sembra immerso in una riflessione metafisica così importante da giustificarne l’assenza. Fargli domande dirette non serve. Quando ne ha voglia si prende una pausa dalla meditazione e può anche essere che vi dia delle risposte, ma è soltanto lui, o più probabilmente il caso, a decidere se e quando. A parte questo, c’era un’altra cosa che mi preoccupava non poco, lo spessore dei suoi occhiali. La lente destra era almeno un centimetro, ed era quella meno spessa..

– Ma cosa vuoi che gli faccia fare?!

– Ma che ne saccio prete!

– Tuo zio è praticamente cieco!

– Esagerato..

– Gli ho teso la mano, non si è mosso. Hai visto no? Sono rimasto lì col braccio teso per una decina di secondi. Non un cenno. Lui non l’ha vista la mano lo capisci?

– Guarda che è mio zio, lo conosco. Non c’è bisogno che me lo spieghi tu che non ci vede!

– Vedi che lo dici anche tu! 

– Non ci vede bene da lontano e basta.

– Ma se non vedeva la mia mano!

– Perché quelle lenti gli stringono il campo mi sa..

– E quindi?

– E quindi cosa! Non capisco perché ti metti a fare tutte ste scene per un paio di occhiali. Mettilo di servizio al bar e pace, per vendere due merendine ai bimbi anche se non hai dieci decimi..

Perspicacio sottovaluta il ruolo di chi presta servizio al bar, e devo averlo fatto anch’io visto che mi sono lasciato convincere. Di fatto è vero che si tratta di vendere due merendine ai bambini, ma attenti a non lasciarsi ingannare dalla semplicità di questa frase! I bambini sono spietati. Se prestate servizio dietro al bancone e avete un qualsivoglia difetto, se ne accorgeranno. E lo sfrutteranno a loro favore. Se per esempio non siete molto abili a fare i conti col resto potete star certi che nessuno pagherà più con l’importo giusto, se avete qualche problema di vista, vi metteranno alla prova..

Oggi pomeriggio era il turno di Bellosguardo al bar, stasera il bottino della cassa era composto da:

– Euro 27,40
– Lire 1600 (una banconota da 1000 e tre monete da 200) 
– Tre monete d’oro di cioccolata, di cui una visibilmente sciolta
– Una banconota da 5 dollari del monopoli

Il monopoli era quello della Disney, sulla banconota c’è stampata la faccia di Paperino. Che faccio lo licenzio?  

Una volta al mese Claudio deve recarsi nella capitale per un controllo all’anca, là c’è un centro specializzato per gli anziani dove i medici parlano forte e chiaro, gli infermieri sono gentili e i pazienti, già che arrivano sempre con molto anticipo, fanno in tempo a fare amicizia. Ormai sono più di tre anni che frequenta questo istituto clinico, più di tre anni da quel maledetto giorno. Suo figlio glielo aveva detto che era arrivato il momento di lasciare la bicicletta nel garage, ma che diamine quello si preoccupa sempre di tutto! A furia di inventarsi preoccupazioni era riuscito a indovinarne una, ecco quello che era successo. Il vecchio era ancora capace di pedalare bene, e per quanto riguarda l’incidente non era stata colpa sua. Uno sbadato aveva aperto la portiera di colpo senza guardare. Se fosse stato inadeguato alla guida del ciclo, come molti dei suoi coetanei, probabilmente la portiera non l’avrebbe neanche centrato, perché quelli stanno sempre in mezzo alla strada.

Il dottore che lo visita, nonostante non capisca un granché della sua anca, è un tipo simpatico. Un po’ petulante a volte, soprattutto quando attacca con la storia dell’osteoporosi. Dice che dopo una certa età la fragilità ossea diventa normale, che l’osteoporosi non è una malattia ma una condizione bla bla bla bla bla.. Claudio scuote la testa, l’osteoporosi e la fragilità non c’entrano un corno, anzi deve ringraziare la pellaccia dura! Se al posto suo ci fosse stato il dottore probabilmente non sarebbe sopravvissuto allo schianto.

Le visite purtroppo cadono durante la settimana lavorativa, Claudio la patente non ce l’ha più da un pezzo, suo figlio non potendo prendersi sempre mezza giornata di permesso si è rivolto all’Auser di Zampagna, un’associazione di volontari che (tra le altre cose) fa servizi di accompagnamento per chi ha esigenze di questo tipo. Il suo autista di fiducia si chiama Bigio, un vecchio che avrà sì e no un paio d’anni in meno di lui, anche se a vederlo guidare non si direbbe. Sembra molto più vecchio. Che senso ha smettere di rinnovare la patente se poi ci si ritrova costretti a farsi accompagnare da uno che guida peggio di te? Claudio vorrebbe tanto che quel pirla di suo figlio glielo spiegasse. E già che ci siamo, potrebbe spiegargli anche un altro paio di cosette. Primo, perché usano il pulmino bianco degli handicappati per accompagnarlo? Secondo, perché quel vecchio testardo di Bigio, tutte-le-sante-volte, deve ostinarsi ad aiutarlo per attraversare la strada? Questa cosa lo manda in bestia. È ridicolo, sembrano due vecchi a passeggio. L’ultima volta per fortuna Bigio non c’era, hanno mandato un ragazzo nuovo quelli dell’Auser, un ragazzo giovane e sveglio che sa ascoltare quello che gli si dice. Arrivati a Sultona, dopo aver parcheggiato, ha chiesto a Claudio se voleva essere accompagnato a piedi fino all’istituto. Al suo rifiuto non ha insistito, ci vediamo qui tra un’ora e mezza, buona visita, ed è ripartito.

Davanti a sé le strisce pedonali. Certo che sono belle larghe le strade della capitale, di questa non si contano nemmeno le corsie. Le strisce sull’asfalto della carreggiata sono un po’ sbiadite ma osservando il traffico si riconoscono almeno quattro corsie. Più le macchine parcheggiate a lato. Il semaforo sul ciglio opposto è rosso ma alcune persone decidono di attraversare lo stesso. Perché? Claudio si accorge di non aver mai prestato attenzione al semaforo, è Bigio che di solito dà il via all’attraversata trainandolo per un braccio. Comunque il semaforo è rosso, lo vede bene. Infatti quell’altro gruppetto di persone sta aspettando, giustamente. Tra poco dovrebbe scattare il verde..

Quanto dura un semaforo verde?

In questi momenti le gazzelle si fanno più vicine. C’è tensione nell’aria. Radunate in branco fanno piccole smorfie col muso, stanno ossigenando le narici, sondano il vento in cerca di segnali. I bulbi oculari scattano nervosamente da un fuoco all’altro. La natura ha insegnato loro tutto, la consapevolezza della necessità di questo passo e la paura ancestrale che lo accompagna. Il fiume attende silenzioso. Tra i pochi programmi televisivi che Claudio guarda senza disattivare il sonoro ci sono i documentari sugli animali, le voci narranti parlano lentamente, con perfetta dizione.

Il primo semaforo verde lo ha colto di sorpresa, si è perso l’istante in cui è scattato e allora è meglio aspettare il prossimo. Il secondo verde l’ha lasciato andare apposta per capire più o meno quanto poteva durare. Il terzo lo ha cronometrato, orologio alla mano fanno 38 secondi. Il quarto se ne è andato senza un motivo preciso. Il quinto ha portato con sé un dubbio. Il tredicesimo ha trasformato il dubbio in certezza. Dopo settantaquattro semafori verdi perduti Claudio fa dietrofront, nel parcheggio dietro l’angolo il pulmino bianco lo sta aspettando col motore acceso.

Il piccolo Alberto vive dentro una campana protettiva realizzata con un materiale impossibile da infrangere e duro ad essere scalfito, si chiama apprensite, gliel’ha costruita sua madre il giorno in cui è venuto al mondo. Convivendoci dalla nascita è naturalmente abituato alla protezione materna, non si fa domande a riguardo, non fantastica tentativi d’evasione, fa così parte della sua consuetudine che a dire il vero non immagina nemmeno sia possibile liberarsene. Per acquisire consapevolezza ogni tanto è necessario imparare a disabituarsi, ma come può un bambino di sette anni elaborare un concetto simile? Forse in questo caso la via più semplice per raggiungere il medesimo scopo è un’altra, serve una singolarità, un fatto eccezionale che lo proietti per un solo istante fuori dal proprio involucro. Serve per esempio che in un appartamento situato dall’altra parte della città un esemplare maschio di anni ventidue prenda la decisione di farla finita con la propria ragazza, serve altresì che quella sera i genitori di Alberto siano fuori a cena, è necessario infine che la sventurata del primo periodo riceva il messaggio annientante proprio mentre siede sul divano a pochi passi dal piccolo. Ho sete dice lui, lo ripete per tre volte prima che la baby-sitter lo consideri..

Le gambe pesano come macigni, il cuore è spezzato, le imbottiture del sofà mutano consistenza trasformandosi in sabbie mobili, il richiamo del bimbo giunge alle sue orecchie un attimo prima di sprofondare nell’abisso. L’automa si alza dal divano e si dirige verso il frigorifero della cucina senza distogliere lo sguardo dal display luminoso del cellulare, al suo ritorno porta con sé un bicchiere colmo di aranciata che consegna tra le mani di piccolo, incredulo. Tra le tante regole che il bambino è abituato è osservare c’è anche una sezione specifica che riguarda l’abbeverarsi, in particolare valgono le seguenti norme:

1) L’acqua del frigo può essere bevuta soltanto se miscelata nel bicchiere con una dose equivalente di acqua a temperatura ambiente.

2) L’acqua frizzante può essere bevuta soltanto se miscelata nel bicchiere con una dose equivalente di acqua naturale.

3) Le bibite gasate sono soggette ad una regolamentazione speciale che deve essere discussa caso per caso, permangono due punti fissi, la diluizione obbligatoria con acqua e il divieto assoluto nelle ore serali.

Mentre il piccolo osserva il bicchiere di aranciata ghiacciata non intravede ancora la potenzialità della sua prima trasgressione, tra le mani non ha un’occasione ghiotta da sfruttare, bensì un  errore che dovrebbe essere riparato. Accenna infatti una timida protesta ma i cumuli di carne e di tessuto organico cuciti insieme in qualche modo a formare la sua baby-sitter lo ignorano in via definitiva. Non è forse anche questo un caso di epifania distrazionale?

Il primo sorso è misurato con la stessa cura che si riserva al primo passo su un terreno inesplorato, un confine di cui non sospettava nemmeno l’esistenza è appena stato varcato, Alberto come Colombo ha scoperto il Mondo Nuovo. Le sensazioni che lo accolgono sono vere sorprese, la bibita non diluita brucia in gola ma la dolcezza che porta con sé non ha nulla a che vedere col surrogato di aranciata propinatogli dalla madre. Il secondo passo è molto più deciso, il piccolo pioniere azzarda e svuota il bicchiere in un sorso solo, il bruciore si fa decisamente più intenso costringendolo ad una smorfia. Seguono istanti di silenziosa introspezione, Alberto ha l’impressione di aver ingerito una bomba che minaccia di scoppiargli nello stomaco L’esplosione giunge dopo qualche secondo sotto forma di rutto epocale, mentre il piccolo scopre i suoi canali nasali frizzare di gioia la ragazza che gli sta a fianco si lascia andare ad un pianto liberatorio.

È stato il mio sacrestano a suggerirmelo, qualche settimana fa, mentre facevo una piccola riflessione seduto sulla poltrona del salotto, che di solito non uso mai. Mi ci sono seduto proprio perché non lo faccio mai, cercavo un oggetto per casa, non ricordo quale fosse, ma la ricerca deve essere durata parecchio se mi sono spinto fino al salotto. Una poltrona non dovrebbe provare i sentori dell’abbandono, ma un uomo, nella fattispecie io, può dispiacersi lo stesso se s’accorge di aver abbandonato un arredo. Soprattutto se parliamo di un arredo di questa comodità,  un vero dispiacere! Se ti spostassi dal salotto avrei modo di utilizzarti più spesso, potremmo trovare un contatto più profondo, potrei, se tu me lo permetti, lasciare il segno delle mie chiappe stampato sulla tua soffice struttura, diverremmo complementari.  Intanto aiutami a trovar l’oggetto smarrito, cullami mentre siedo qui con gli occhi chiusi e rifletto su dove posso averlo messo l’ultima volta.

– Sveglia prete!!

– Perspicacio! Come hai fatto a entrare?

– La porta stava aperta prete, e tu sei qua a dormire sulla poltrona che mi sembri una mummia mummificata! Ma che ti prende?

– Volevo sedermi soltanto un attimo. Devo essermi addormentato..

– Eh ti credo!

– Sono un po’ stanco ultimamente..

– Senti a me prete, va bene la stanchezza, ma tu.. secondo me..  c’hai bisogno d’evadere!! Mi capisci?

Ti capisco e per una volta tanto ti voglio ascoltare, seguirò il tuo consiglio. Evado dal mio piccolo paese, e soprattutto, perché questo non basterebbe, evado da me stesso. Ho scelto di affrontare due esperienze totalmente nuove per me, vado tre giorni in campeggio con la tenda, e per questi tre giorni mi libero del collare ecclesiastico. La prima si configura come una sfida con me stesso, la seconda è una sorta di esperimento sociale, sono convinto che le persone quando si relazionano con un prete attivino una serie di filtri che ne modificano il comportamento (a parte Saverio), dopo tanti anni di veste voglio tornare ad essere trattato come una persona comune. 

Dalla mia vacanza ho imparato due cose:

1)     Che le tende che si montano da sole tirando una cordicella lo fanno con una rapidità che sorprende, però poi sono impossibili da richiudere.

2)     Se siete un prete e decidete di trascorrere tre giorni in campeggio in “borghese” liberandovi della veste ecclesiastica i vostri vicini di tenda saranno rispettivamente: una quartetto di tedeschi sempre sbronzi e alquanto generosi, una famiglia di veneti che utilizza la bestemmia come intercalare, e per finire, una famiglia di toscani, che a differenza dei veneti non lavora di quantità ma di fantasia, bestemmie che giuro non avevo mai sentito in vita mia. Tutto questo non capita per vendetta divina, Iddio vendicativo è un concetto che appartiene al passato, ma non capita nemmeno per caso, rimane un disegno divino, a mio modo di vedere riconducibile all’umorismo. Vi vedo storcere il naso, non siate sciocchi, Dio il senso dell’umorismo ce l’ha eccome! 

Capita che per una settimana sono costretto a prendere il treno tutte le mattine per raggiungere Sultona, impegni ecclesiastici che non mi degno di descrivere, non riuscireste comunque a comprenderli, e soprattutto non sono grado di spiegarveli dato che non li ho capiti nemmeno io. Devo raggiungere la diocesi della capitale per firmare carte, solo che non me le fanno firmare tutte in un unico giorno e Dio solo sa il perché, ci sono carte per ogni giorno della settimana, tante carte, troppe per essere lette tutte. È anche per questo che non ho capito bene di cosa si tratta. Non prendetemi per un superficiale, la massa cartacea che mi schiaffano davanti ogni giorno supera il limite della leggibilità, l’equivalente di tre Bibbie a occhio e croce. Mi fido e firmo tutto, di sicuro non sto vendendo l’anima al diavolo. Oppure è stato molto bravo.

Quando prendi lo stesso treno tutti i giorni incontri sempre la stessa gente. Io sono un nuovo, infatti il lunedì mi guardano e mi salutano tutti. Martedì faccio già parte della famiglia, non mi saluta più nessuno e finalmente sono io che posso guardare un po’ gli altri. Quattro signore sulla cinquantina catturano la mia attenzione, che detto da un prete suona un po’ così così. Per non lasciar spazio a dubbi specifico subito che sono i loro discorsi a colpirmi, mentre aspettano il treno parlano del tempo del giorno prima. Una delle signore fa le pulizie in stazione, le altre prendono il treno e da quanto ho capito scendono tutte a fermate diverse. Passano la giornata lavorativa in città differenti e il giorno dopo si aggiornano sulle rispettive condizioni meteorologiche che furono. La cosa che mi incuriosisce di più è che nessuna è mai contenta del proprio destino. Ci sono giornate troppo calde, giornate troppo fredde, giornate afose, giornate secche, giornate che pioveva, giornate buie, giornate con quel filo d’aria assassino, giornate grigie, giornate incerte, giornate che non vogliono dire niente, giornate che prima sono troppo calde e poi troppo fredde, giornate che si stava bene ma soltanto al chiuso, giornate che si stava bene ma soltanto all’ombra e l’ombra non c’era. Il tempo delle altre invece desta sempre un po’ di invidia, mi domando se cambiare l’ordine delle fermate basterebbe per renderle tutte più contente.

In ogni modo a me questo servizio meteo piace molto. Me ne accorgo venerdì, l’ultimo giorno della mia settimana da pendolare, la signora che scende alla fermata prima della mia non c’è e io mi scopro inquieto. Il meteo del giorno prima ti dà sicurezza, non si nasconde dietro ai condizionali, non è servito da gente vestita in modo elegante, e soprattutto, non crea aspettative. 

E poi non sbaglia mai, che non è poco.  

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