Sulla piazza una fila variopinta di bambini attende davanti ad una cabina, che se non sbaglio è la stessa che montano in comune quando ci sono le elezioni, poco più in là c’è il gruppetto di genitori adunati in discussione, gesticolano animatamente con i mozziconi stretti nelle dita. Il vento maltratta le sciarpe colorate dei piccoli, ne percepisco la forza rimanendo dietro il vetro della finestra, ogni folata porta con sé manciate di taglietti sulle labbra. La fila però non si scalfisce, i bimbi formano una linea dritta perfetta che rompe la piazza in due spazi diversamente equilibrati, il gruppo di genitori colma un vuoto nello spazio più grande, formano anch’essi un cerchio perfetto intorno al quale gravitano piccoli satelliti curiosi. Dall’altra parte invece stanno una dozzina di pensionati, stanno in piedi con le mani in tasca ad osservare la scena, hanno fatto dell’angolo nord-est la propria base strategica da tempi che nessuno ricorda. Chiusi nella sicurezza delle mezze stagioni che non ci sono più, formano un quadrato scuro dai lati spessi, una figura solida con i vertici leggermente smussati, che vuole dire non abbiamo bisogno di niente ma siamo affabili, non abbiate paura. Se voglio sapere cosa sta succedendo mi posso rivolgere a loro. Il tutto mi ricorda una tela di Kandinsky, colori tenui, forme audaci, significato inafferrabile. Mi sembra una giornata troppo brutta per organizzare le elezioni del capoclasse, se di questo si tratta, indosso il cappotto ed esco di casa per scoprirlo. 

Il quadrato dei pensionati mi accoglie affettuosamente, una volta dentro però devo stare alle loro regole, riscoprendo per l’ennesima volta una debolezza che mi accompagna da sempre e che di tanto in tanto, come oggi, mi mette in difficoltà. Non so parlare il mio dialetto. Lo capisco perfettamente ma non riesco a riprodurlo, è come se il mio apparato vocale si rifiutasse di emettere certi suoni. O forse è una questione di testa. La “u” è in assoluto la mia acerrima nemica, nel dialetto di Zampagna ci sono tre modi differenti per pronunciare questa vocale, ogni parola vuole la sua. Io sono in grado di storpiarla in tutte le sue versioni. Penserete che non è un problema tanto grave, io dico dipende, è tutto relativo alla condizione in cui vi trovate, se siete all’interno del quadrato l’incapacità di parlare in dialetto assume la sua importanza.

Detto questo veniamo al dunque. I bambini che formano la fila sono gli alunni della prima elementare, aspettano il proprio turno per entrare nella cabina dove saranno sottoposti ad un test individuale. Sono chiamati a svolgere una doppia prova, scritto più orale, che deciderà il futuro della loro nuova maestra d’italiano. La signora Giuseppina Abbate è arrivata a Zampagna qualche anno fa, dopo aver lavorato per un po’ di tempo come supplente, quest’anno, causa pensionamento della precedente maestra, è diventata insegnante di ruolo. La sua posizione ha suscitato da subito qualche malumore per via di un problemino che curiosamente si oppone al mio. Lei il suo dialetto lo sa parlare bene, e fatica ad abbandonare l’accento della sua terra. Giuseppina è nata a Trapani, se nelle vene vi scorre polenta di grano duro questo fatto può risultare inammissibile. I bambini di prima elementare sono soggetti estremamente plasmabili, alcuni genitori, i promotori di questa messa in scena, sono convinti che l’accento della signora Giuseppina possa rappresentare un elemento deviante dal corretto insegnamento della lingua italiana. La polemica è nata in piazza e si risolverà nello stesso luogo. Quello che oggi si vuole comprovare, o sfatare, è che l’influenza negativa abbia già fatto il suo corso, per capire se il germe è già stato innestato tutti bimbi verranno dunque messi alla prova, come già preannunciato, scritto più orale, sul classico dei classici.

Si dice Camicia o Cammicia? 

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