Certi eventi emergono dal buio oscuro, simili a comete che si scontrano su questo fragile mondo dopo inutili ellissi. Stiamo passeggiando sulla sterrata verso la cascina Bellaria quando mio figlio, quattro anni, dà uno strappone alla mano che lo teneva e attraversa improvvisamente la strada. Al di là della carreggiata c’è il fosso, e il piccolo ha bisogno di sapere se dentro l’acqua nuotano i pesciolini. Che cosa succede quando avvengono troppi avvenimenti impossibili, quando una ridondanza unica non basta? La vettura percuote mio figlio in pieno petto, e lo trascina per trentacinque metri, negando a lui e alla fauna acquatica circostante la reciproca consapevolezza dell’altrui presenza. Mio figlio cessa di esistere.

Certi sistemi dinamici possono cambiare bruscamente per piccole variazioni di certi loro parametri. Alcuni sistemi dinamici non reggono, altri corrono, altri annegano, c’è chi si mette a parlare del più e del meno e chi fa i picnic sulla tomba del morto. Ci sono sistemi in cui cessa la necessità di comunicare e di conoscere. È il mio caso. Io taccio. Zitto. Non una parola, non un gesto, nessuna mimica facciale o singhiozzo. Silenzio, ininterpretabile silenzio. Il male è un movimento in direzione del nulla.

Il primo è stato Don Spiffero a chiedermi se provo dolore. Per me non è rilevante saperlo, né lo è condividerlo. Al bar Aglio mi chiesero se il tipo fosse ubriaco, o magari rumeno, e possibilmente entrambe le cose. Non me ne curo. Gli attributi circostanziali, gli aggettivi qualificativi, le cause scatenanti, il calcolo delle probabilità, le presunte derive escatologiche; queste cose mi scivolano via come gocce di mercurio. Una sera, quando il silenzio si fa buio, il residuo umano di quello che un tempo ha partorito mio figlio mi supplica di pronunciare il proprio nome di battesimo: vuole sentirsi viva, vuole fare l’amore, vuole fermare il tempo, riavvolgerlo, prendere una seconda direzione. Come ora e sempre, io taccio, nei secoli dei secoli. In me, tutto è compiuto, inutilmente. Così non schivo nemmeno l’abat-jour di vetro di murano, quando un’accelerazione tangenziale la proietta verso il mio lobo frontale. Le gocce di mercurio di un termometro rotto.

Più tardi, qualcuno avrà già pensato che io abbia bisogno di assistenza psicologica. Allora verrà un signore a farmi visita due volte alla settimana. Staremo seduti in salotto per qualche decina di minuti, oppure in veranda, lui compirà azioni di cui non mi interesso ed emetterà domande a cui non darò risposta. Berremo the freddo. Intanto, la donna che vive con me piangerà in silenzio appoggiata al frigo. Questo signore le dirà con voce calma e tampa che ci sono due tipi di coma, quello neurologico e quello cognitivo. Il mio è del secondo genere. E poi le chiederà anche se ha ancora bisogno di quelle pastiglie. E poi le infilerà la lingua in bocca.

Un giorno un pesciolino uscì dal fosso per sapere se il padre e il figlio si stessero tenendo per mano.

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