Clara non può permettersi la retta del doposcuola, allora il lunedì le faccio questo favore di andare a prendere Bario alla scuola materna e me lo porto in biblioteca dove gli insegno a giocare a scacchi. Lascio un attimo la biblioteca aperta, tanto c’è solo da attraversare la strada e in biblioteca c’è Bennola che deve scegliere non so quale thriller del cazzo. Arrivati che siamo, Bario si accinge a disporre i pezzi sulla scacchiera, non ha neanche tolto il giubbino. È più veloce di me e vuole cominciare per primo a muovere. Sceglie sempre i neri. Bennola viene a guardarci e disapprova come se fosse un gran commissario stratega della nazionale scacchistica: sono i bianchi che hanno il diritto di tratto, e poi dovremmo cominciare con una configurazione ridotta cosicché il piccolo possa sviluppare una strategia. Un pedagogo stratega. Io disapprovo le sue letture e allora gli registro velocemente l’ultimo romanzo di Wilbur Smith e l’invito ad andarsene a rane ricordandogli che se il lunedì ha tempo libero è perché fa l’aiuto macellaio alla Bennett e non perché sia specializzato nell’arte della guerra come neanche Sun Tzu. Lui se ne esce indignato non tanto per le mie parole ma per la presenza del piccolo durante queste parole e allora va a passare altrove il suo giorno di riposo. Rien à faire, in presenza di un prete o di un bambino, Bennola ed io rinunciamo all’immediatezza comunicativa della bestemmia, cosicché fatichiamo a capirci, ci alteriamo subito e diventiamo nemici. Così non gli ho neanche chiesto com’era andata l’operazione di cataratta alla sua nonna alcolizzata.

Non è vero che a cinque anni il piccolo giochi a scacchi senza una strategia. La verità è che ammazzarmi il re non rappresenta ancora un obiettivo interessante. Bario è innamorato di mamma Clara e il suo obiettivo principale è portare il pedone sull’ultima traversa e riscattare la regina. In questo gesto romantico lui sublima il ricongiungimento materno. Poco glie ne importa che la promozione del pedone sia indipendente dai pezzi presenti sulla scacchiera così che tecnicamente sia possibile promuovere più regine. Il testosterone è ancora basso, e la fantasia dell’harem è ancora lungi da lambire la mente del piccolo. Di madre e di regina ce n’è una sola.

Così il mio ruolo complice è quello di liberare la torre e dare il prima possibile una botta alla sua regina facendomela prigioniera. E poi, nelle successive cinque mosse, schivare l’ineluttabile avanzata del pedon Bario. Nel frattempo, faccio lasagne con un cavallo e impicco un alfiere spilungone tanto per salvare le apparenze. E mentre mangio, il suo pedone avanza. E proprio quando la magia sta per compiersi, la realtà ha il dolce sopravvento. Attesa da entrambi, sua madre ritorna, lo riempe di coccole e indumenti di lana anche se siamo quasi in maggio. Ha corso per venire a prenderlo e sento che è sudata. Fa appena in tempo a darmi un bacio sulla guancia che il pedone impavido se la sta già trascinando verso la casa nera. La mia torre ed io restiamo a guardarla andarsene, un po’ con la voglia di darle una botta e un po’ con la noia per le figure retoriche. Poi non resta che la nota attutita della sua ascella, e poi il nulla e sono veramente solo.  Chiudo la biblioteca e chiamo Bennola. Gli chiedo se ha voglia di farsi una birra stasera.

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