Riempio i polmoni di aria fresca e trattengo il fiato, un respiro profondo che mi stacca dal mondo. Attendo i primi sintomi di bruciore, quando l’aria inizia a premere con forza sulle pareti dei polmoni significa che è giunto il momento.

Fuori tutto.

Intorno a me crescono colline d’erba verde. Che strana sensazione, ho come l’impressione di trovarmi dentro ad uno sfondo del desktop. Faccio qualche passo di ricognizione, voglio scorgere un elemento di contrasto. Volgo lo sguardo al suolo e mi accorgo che i fili d’erba vibrano sotto l’effetto della brezza. Se sono davvero in uno sfondo del desktop deve essere uno di quelli con le animazioni. Non mi sento per niente a mio agio ora, gli sfondi animati non mi sono mai piaciuti.

Ehi ma le mie ginocchia sono sbucciate!

Perché indosso un paio di calzoncini di tessuto passati di moda da qualche decennio? E quei segni di cicatrizzazione mal guarita all’altezza dei menischi? Sono forse tornato bambino?

La risposta è in fondo alla discesa che mi sta dinnanzi. Urlo di battaglia e via!

Corro a perdifiato giù dalla collina, la gravità mi spinge sempre più forte, sento le gambe così leggere! Ricordo questa sensazione, da piccolo quando andavo a trovare nonno Erasmo era uno dei miei giochi preferiti, tra poco le gambe si faranno così leggere che spiccherò il volo!

Se mi rompo l’osso del collo sono ancora adulto, un adulto un po’ stupido per giunta.

Rotolo per diversi metri prima di riuscire a fermarmi, la gravità non ha fatto sconti, il volo è durante un istante. Rapido check-up. Ferite no, dolori no, divertimento? Sì, tanto. Sono tornato bambino, ad occhio e croce sui dieci anni direi. Che figata cacchio!

Torno ad esplorare il mondo che mi circonda con rinata curiosità, difatti scorgo subito un particolare che prima mi era sfuggito. A qualche metro di distanza dai miei piedi, sul terreno, c’è una macchia marrone che interrompe la sterminatezza verde. Mi avvicino per guardare meglio, ha la forma di un disco, sembra una torta di cioccolato. Mi chino leggermente sulla scoperta..

– È cacca di mucca!

Sobbalzo, la voce acuta mi coglie impreparato. Rialzo la testa e scopro di fronte a me la creatura che mi ha spaventato. È una bambina su per giù della mia età, indossa un vestitino bianco con le spalline strette e mi guarda con un sorriso furbetto. D’impatto noto in lei due particolari: primo, anche le sue ginocchia sono piuttosto messe male; secondo, le spalle sono leggermente appuntite, un piccolo ossicino deve aver scelto di posizionarsi in modo alternativo. Il risultato è molto grazioso.

– Vieni ti faccio vedere un posto dove ce ne sono tante!

Mi prende per mano e inizia a camminare. La seguo senza aprire bocca, perché in tutta franchezza non saprei che dire. Da dove sei spuntata? E’ l’unica cosa che mi gironzola per la mente, ma se devo parlare per chiederle da dove è arrivata tanto vale che me ne sto zitto. Dopo qualche minuto ci fermiamo davanti a una spianata d’erba piena di torte di cioccolato.

– Vedi questo è il loro posto preferito per farla. Hai voglia di fare un gioco?

– Che gioco?

– Ah allora non sei muto. Il gioco è un gioco di coraggio, tu sei coraggioso?

– Non proprio.

– Uffaaaa!

– Non tanto ecco.  Però il gioco lo faccio lo stesso.

Il sorriso furbetto torna a far capolino sul suo viso. Le regole sono semplici, viste da fuori le torte al cioccolato sembrano tutte uguali, perché la parte più esterna solidifica in fretta. Ma la differenza all’interno è sostanziale! Le torte vecchie sono dure come il cemento armato, quelle appena sfornate invece, dietro a una sottile e ingannevole crosticina, nascondono un cuore assai cremoso.

– Ora togliti le scarpe e le calze. Io sono già pronta.

– Ok aspetta. Lo fai anche tu quindi?

– Certo scemo lo facciamo insieme! Però scegli tu.

– Ah, va bene.

– Sei pronto?

Se pronto vuol dir scalzo, son pronto.

– Quella laggiù!  

– Questa?

– Sì.

– Appoggiaci sopra il piede. Poi io conto fino a tre..

– Ok arrivo. Ma lo fai anche te quindi?

– Sì stordito! Appoggialo qui di fianco al mio. Pronto?

– Pronto.

– Allora conto: uno due, tre!

Un tiepido calore mi avvolge il piede. A detta di quanto si possa immaginare, la sensazione non è affatto malvagia. Scoppiamo a ridere entrambi, ridiamo di gusto! Ho messo un piede nella merda e ho toccato la felicità, chi lo avrebbe mai detto? Mi sento così bene, così forte, così sicuro di me che questa volta parlo io per primo:

– Per quanto dobbiamo restare qua così?

– Possiamo lavarci i piedi al fiume. L’ultimo che arriva è una cacca molle!

Il fiume è soltanto un piccolo torrente dove ci laviamo i piedi senza mai smettere di ridere. Non ho mai visto acqua così limpida. Quando abbiamo finito torniamo sull’erba coi piedi bagnati. La brezza si è fatta un po’ insistente adesso, a lei è venuta la pelle d’oca su polpacci. Ci guardiamo per un solo istante d’intesa totale:

– Torniamo coi piedi al calduccio?

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