Milioni di bambini in tutto il mondo praticano lo sport della Pallastrada, le regole del giuoco variano leggermente da nazione a nazione, l’essenziale comune è un oggetto che s’adatti alla funzione di palla, preso a calci da un numero di bambini superiore a uno. Sulla Pallastrada è già stato scritto tutto, non ritengo di poter aggiungere niente che non sia già stato spiegato da altri in modo migliore, se siete completamente estranei a questa specialità vi rimando a La compagnia dei Celestini, celebre romanzo di Stefano Benni che sta alla Pallastrada come il manuale delle giovani marmotte sta alla pratica scout. Concentriamoci invece su uno sport individuale, enormemente diffuso tra i bambini costretti a lunghe e noiosissime passeggiate con i genitori, la Pallasasso. Il gioco consiste nel portarsi a spasso un sasso per una distanza più lunga possibile, colpendolo esclusivamente con i piedi e senza farsi beccare da mamma e papà. O comunque senza farsi sgridare troppo. Gli adulti si dimostrano sempre insofferenti verso questa disciplina, anche quelli che un tempo ne furono autentici campioni. Un buon giocatore di Pallasasso, per essere definito tale, deve condurre la propria partita con duplice attenzione, la prima rivolta al sasso, la seconda a simulare indifferenza. Il gioco inizia quando il bambino in questione, impegnato coi genitori in una passeggiata turistica, è stufo e arcistufo di camminare a caso per vedere cose non interessanti. La noia decreta il fischio d’inizio.

La prima sfida di importanza assoluta è la scelta del sasso, un errore di valutazione in questa fase può comportare un fallimento prematuro della prestazione. I principali criteri su cui basare la scelta sono due, forma e dimensione. Sulla forma non c’è una posizione univocamente accettata, possiamo dire però che si osservano due macro categorie di atleti, quelli che prediligono il sasso appiattito e quelli che sono più per il sasso rotondo. In certi casi la scelta è dettata anche dalla superficie offerta dal campo di gioco, l’asfalto per esempio è abbastanza liscio, un sasso a forma di disco ci viaggia sopra che è una meraviglia, se si gioca su una superficie più irregolare la sfera può risultare vincente. Poi è tutta questione di feeling, io per esempio sono sempre stato un appiattito convinto. Sulla dimensione non c’è molto da dire, il sasso non deve essere né troppo piccolo né troppo grande. Accurati studi sperimentali hanno dimostrato l’esistenza di un diametro equivalente ottimale pari a 1,64 cm. Un altro fattore di cui bisogna tener conto al momento della scelta è la “sgretolabilità” della pietra, occorre scegliere un ciottolo in grado di resistere agli urti che inevitabilmente si presenteranno durante la partita. Se il sasso si rompe in più pezzi la partita non è finita, la regola prevede che il giocatore continui con il pezzo più grosso, ma esso certamente può non rispettare lo standard di forma/dimensione della scelta originale. I giocatori meno esperti sottovalutano sempre questo aspetto, se il sasso si frantuma c’è buona probabilità che la gara volga al termine nel giro di pochi calci.

Uno volta effettuata la scelta inizia la partita vera e propria, che come vi ho già spiegato, consiste semplicemente nel portarsi a spasso il sasso colpendolo con piccoli calcetti. Si può usare qualsiasi parte del piede, sfatiamo quindi la leggenda sulla presunta irregolarità del giocar di suola, non c’è nessun regolamento scritto che lo vieti, la suola vale eccome! Certo stilisticamente lascia un po’ a desiderare, se non volete far la figura dei principianti limitatene l’uso alle sole emergenze. La partita termina quando:

1. Si smarrisce il sasso.
2. Si subisce un rimprovero troppo severo dai genitori.
3. Si abbandona il sasso.

L’abbandono può essere giustificato da svariati motivi, il più classico è quando mamma e papà non si curano di noi e procedono troppo spediti, in questo caso si tratta di scegliere tra l’abbandonare e l’essere abbandonati, nessuno mette in dubbio la convenienza della prima.

Mi sarebbe tanto piaciuto avere una motivazione così legittima per quella gita a Venezia, in realtà ti ho abbandonato per molto meno. Mi spiace averlo fatto, avevo solo otto anni, stavamo conducendo una gara perfetta, per di più in quella città, un campo da gioco pieno di insidie, con tutti quei canali, quei ponti, quei turisti, i piccioni. Venezia è la partita più difficile che ti possa capitare e noi la stavamo affrontando come meglio non si potrebbe fare. Potevamo fare la storia. Sono stato un debole, se mi capiterà di tornarci guarderò sicuramente a terra, ai lati della strada, proverò a riconoscerti, ma forse tu non vorrai più giocare con me, e non ti biasimo, ti ho abbandonato per un cono gelato. Scusami tanto.

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