Sulla vicenda del feto umano trovato nei freezer dell’Università Milano Bicocca, che stando alle ultime, è un dono che soggiorna temporaneamente in Bicocca in attesa che qualcuno lo spedisca in America, credo sia opportuno tornare a rileggere un pezzo delle memorie di Nobel Rita Levi-Montalcini e del suo viaggio in tram con un feto sottobraccio. Non per esprimere un giudizio, ma per ricordarsi di come la ricerca sui feti venisse condotta 80 anni fa. Nota: in un punto imprecisato del post comparirà Daniel Pennac.

La prima difficoltà fu procurarmi il materiale. Come trovare, all’inizio degli anni Trenta, feti umani dei primissimi periodi di gestazione? Erano allora proibiti gli aborti “ufficiali” e non si poteva ricorrere a quelli, numerosissimi, praticati clandestinamente da medici e in maggioranza da levatrici senza scrupolo, che ignoravano le più elementari regole di sterilizzazione. Esclusi gli aborti clandestini, non rimaneva che il materiale in pessimo stato di conservazione di aborti spontanei o raramente provocati, per cause gravissime, nel reparto maternità dell’Ospedale Maggiore. Il custode, attratto dal compenso di poche decine di lire, mi chiamò qualche giorno dopo la mia richiesta di aiuto. “Ho quanto fa per lei”. Mi precipitai e non potei nascondere la mia delusione quando mi portò quello che aveva tutte le apparenze del cadavere di un neonato. “Ma questo è un bimbo, non un feto”, mormorai. “Per noi”, rispose seccamente il custode, “è un feto. O prendere o lasciare.” Lo avvolse in molti fogli di giornale e me lo porse. Con il pesante involto, salii sul primo tranvai che andava diretto all’Istituto anatomico. Sul mezzo mi accorsi con orrore che un piedino sbucava dai giornali. Avevo appena passato i vent’anni ed era ovvio il sospetto al quale avrei dato luogo, se qualcuno dei passeggeri l’avesse notato. Scesi tremando alla prima fermata e proseguii a piedi sino all’Istituto. Mi accolse il bidello Conti, consulente e partecipe dei nostri patemi d’animo. Aveva scosso la testa quando aveva saputo il tema che mi era stato assegnato. Ispezionò con occhio esperto il feto-bimbo. “Ma questo è a termine”, commentò, “e per giunta morto da almeno tre giorni, non ne tirerà fuori niente.” Mi aiutò nella dissezione del cervello, commentando la mia imprudenza per aver portato quel fardello in braccio su un mezzo pubblico.

Tratto da: Elogio dell’imperfezione, 1987.

Tornando alla Bicocca, è curioso notare che lo stesso edificio dove è stato trovato il feto, ospita dal 1999 anche il laboratorio di Neuroscienze “Rita Levi Montalcini”. Una curiosa associazione di nomi e luoghi, nient’altro.

Continuando invece con le curiosità, Angelo Vescovi, il direttore del laboratorio dove è stato trovato il feto, venne inizialmente riportato avere la personale opinione che:

 si possa trattare di un sabotaggio organizzato forse da gruppi estremisti ideologicamente orientati.

Un episodio simile esiste in letteratura: Daniel Pennac, ne Il Paradiso degli orchi, inserisce un cammeo con uno sventurato medico professore a cui, durante una conferenza stampa, un gruppo anti-abortista lancia addosso un feto umano, tipo Bush con la scarpa per intenderci. Nel romanzo, la polizia poi stabiliva che il sanguinolento feto-proiettile trattavasi in realtà di un polmone di bue o altra animella che non ricordo, Zac che ne è un assiduo lettore (di Pennac, non di Bush) sicuramente ricorderà.

 

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