Se poteste andare un po’ a zonzo tra le vie della mia piccola Zampagna vi accorgereste dei numerosi portoni di legno eretti ai lati della strada, sono gli ingressi ai cortili, alti, larghi e belli spessi, così pesanti che vien più comodo lasciarli sempre aperti. Provate dunque a sbirciare nel cortile in fondo a Via della Concordia, superato il ponticello che scavalca il Pagnirolo è il primo sulla destra. Nel bel mezzo del patio si trova un giovane nespolo, alto poco più di un metro, ma con carattere, se ne sta lì senza che nessuno l’abbia piantato. Per giustificare la sua esistenza basterebbe pensare a un nocciolo di nespola caduto per caso sul terreno, anche se, sarà deformazione professionale, sarà che con la semina dei noccioli mi ci sono misurato più volte senza risultato, preferisco pensare a un dono del Signore. In un modo o nell’altro il nespolo è venuto su, e questa primavera per la prima volta ha dato frutto. Qui nasce il problema, perché l’albero in sostanza non appartiene a nessuno ma i frutti fanno gola a tutti. A tempo debito il raccolto verrà diviso tra le famiglie che si affacciano sul cortile, il comune accordo è stato raggiunto con facilità e soddisfazione, ma aspettare il “tempo debito” è un po’ meno semplice e i frutti colti direttamente dal ramo sono assai più gustosi. Tutti si lasciano tentare, con moderazione. E pudore.

Eva ha sette anni, non conosce moderazione e i frutti per una volta tanto sono alla sua portata, ne mangia un paio ogni volta che ci passa accanto. Alla signora Clementina il fatto non sfugge, la osserva dalla finestra e scuote la testa. Sputa pure i noccioli per terra quella piccola peste, e nessuno che intervenga! Ah ma se i suoi genitori non le hanno insegnato niente non vuol dire che può fare quello che vuole, al mondo non siamo tutti fessi.

– Senti bella chi ti ha detto che puoi mangiare quelle nespole? Non sono mica tue sai? Sono di tutti!

Eva non si volta ma riconosce la voce, possibile che quella gallinaccia se ne stia sempre alla finestra? Odiosa, più della sua maestra di matematica. La piccola coglie un ultimo frutto. Mentre lo porta alla bocca, lentamente, si gira. Ha già richiuso la finestra la codarda..

***

– Sono stata io..

I genitori di Eva comodamente seduti in poltrona osservano la bimba con stupore, non è solita a confessioni, nemmeno quando è messa alle strette. Questa volta sembra quasi una sua iniziativa.

– Non puoi averle mangiate tutte tu. – Sua madre è la prima a riprender parola.

– Non le ho mangiate tutte infatti, ne ho mangiate tante, mi è venuto anche il mal di pancia. Poi ho scavato una buca dietro casa, vicino all’orto di Bruno, e ci ho seppellito tutte quelle che non potevo mandare giù..

– Ma Eva.. perché.. perché hai fatto una cosa del genere?

– …

– Perché Eva?

– …

– Non capisco. Sai almeno che hai fatto una cosa brutta?

– Sì.

– Sei pentita?

– Mi dispiace avervi fatto arrabbiare.

Senza aprir bocca il padre afferra il busto sottile della piccola da sotto le braccia, la solleva, e con calma la sistema sulle sue gambe, poi le abbassa le braghe. Il rumore delle sculacciate sulla pelle candida risuona tra le pareti del salotto, il fuoco espiatorio penetra nella carne. Non ha mai pensato di poter evitare la punizione, anzi si è preparata ad accoglierla. Non un gemito. Il bruciore però è così forte che le lacrime escono da sole. In questi momenti bisogna pensare a qualcosa di bello, il nespolo è completamente spoglio, chissà che faccia farà la signora Clementina quando se ne accorgerà..

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