Appena nato dovevo essere bello paffuto, l’infermiera che assistette al parto consegnandomi tra le braccia materne disse a mia madre che, sebbene Raffaele fosse un bel nome, Trippa mi sarebbe calzato perfettamente a pennello. Ai miei genitori la battuta piacque, lo deduco dal numero di volte che mi è stato ripetuto l’aneddoto, ma qualche mese dopo mentre l’acqua gelida della fonte battesimale mi faceva inveire contro l’uomo che mi manovrava, mi chiamarono lo stesso Raffaele.

Quando fui più grandicello arrivò il mio secondo soprannome, dovevo avere non più di cinque anni, un’età che mi vedeva ancora uguale ai miei coetanei: giocavo a ‘palla’ sotto casa con i bambini del cortile, come tutti. Il mio compagno abituale di giochi era poco più grande di me ed aveva un pregio enorme, con lui infatti mai un litigio per decidere a chi spettasse stare in porta, ad Ezio piaceva parare. La porta era la saracinesca del mio garage, aveva le dimensioni perfette, anche se in comune accordo avevamo stabilito di abbassare un po’ la traversa. Quando il pallone sbatteva sulla parte più alta della saracinesca faceva un rumore più secco, quello era fuori. Ezio mi chiamava Lele.

Poi iniziai le scuole elementari e durante il primo appello della mia vita la maestra mi chiamò con un nome diverso dal mio, con molta timidezza le feci notare che la lettera finale era una ‘e’. Lei non sbagliò più, tutti gli altri invece continuarono a chiamarmi Raffaello. Tanto uguale pensai.

A sedici anni la mia vita prese una nuova piega, decisiva e determinante, entrai in seminario per intraprendere gli studi ecclesiastici. Quando ritorno a quel periodo del mio vissuto penso al silenzio interminabile che vigeva in tutti i luoghi che frequentavo. Non ero l’unico seminarista alle prese con gli studi, al mio arrivo eravamo in quattro, col tempo il numero non rimase sempre lo stesso ma non fui mai solo, ahimè la conversazione tra seminaristi era vietata. Silenzio e preghiere, in proporzione molto più silenzio. Terminati gli studi divenni prete e il mio appellativo mutò ancora: Don Raffaele. Chi non mi conosceva mi chiamava soltanto Don, parola dal suono gioviale, rintocco di campana, sentirlo dopo il silenzio del seminario è come una festa. La festa più grande però arrivò soltanto due anni fa quando mi comunicarono l’intenzione di volermi trasferire a Zampagna, mio paese nativo.

Celebrai la mia prima messa in una domenica di settembre, ero un po’ agitato per l’occasione, mentre indossavo la veste cerimoniale cercavo di riordinare le idee in tutta quella confusione che mi gonfiava la testa. Capitava al liceo prima delle interrogazioni orali, capitava ora che dovevo celebrar messa, l’impressione di non ricordar più niente di quel che avrei dovuto dire. Il mio sacrestano Perspicacio provò a tranquillizzarmi:

– Don Raffaele ci stanno un sacco di persone, la chiesa è tutta piena!

– Bene.

– A Natale ce ne saranno di più però, la gente si schiaccia e sviene sempre qualcuno.

La cerimonia si svolse senza intoppi e al momento dell’andate in pace la chiesa si riversò sul sagrato ad aspettarmi. Corsi in sacrestia per cambiarmi d’abito, Perspicacio si congratulò vivacemente colpendomi con la mano aperta sul coppino:

– Don Raffaele sei stato proprio bravo ma ora vai subito di fuori che ti devono salutare tutti! E non ti preoccupare per noi due, noi si festeggia stasera!

Non sapevo a cosa si riferisse il mio sacrista ma mi dimenticai delle sue parole poco dopo quando mi ritrovai immerso in una moltitudine di sorrisi, strette di mano, baci, complimenti e pacche sul culo. Raffaeluccio è tornato, come è bravo Raffaeluccio, guardalo com’è cresciuto Raffaeluccio. Mi domandai se il vezzeggiativo usato dalle vecchiette sul sagrato potesse diventare il mio nuovo soprannome, scoprii poi che il destino aveva in serbo per me qualcosa di più originale.

Erano passati pochi mesi dal mio ritorno a Zampagna, si avvicinava il periodo natalizio, quel pomeriggio mi trovavo in oratorio e per un motivo futile che il tempo ha rimosso ero intento a consolare un bambino che avevo appena sgridato. Credo che nell’educazione dei più piccoli il bastone serva, è forse indispensabile, ma solo se è accompagnato dalla carota. In quella circostanza la mia carota era fatta di parole dolci e incoraggianti.

– Mi hanno detto che quando si avvicina il Natale bisogna essere più buoni, lei è già molto buono Don Spiffero.

I bambini spesso dicono cose a cui noi grandi non riusciamo ad attribuire un senso, l’insolito epiteto fu da me catalogato in questa categoria di cose. Qualche mese dopo invece scoprii che a mia insaputa mezzo paese mi chiamava così; Perspicacio che inizialmente diceva di non saperne niente alla fine confessò. Nome originale vero? Mi piacerebbe tanto sapere come è nato! Dal mio sacrestano purtroppo non riuscii a cavar fuori nient’altro, ma è stato onesto con me, quello che sapeva mi ha detto. A sentimento non ispira niente di buono, sa un po’ di scherno. Forse non dovrebbe piacermi ma ogni volta che lo sento ripenso alla prima volta che lo udii con le mie orecchie, e vi dico la verità, quando certe parole così spontaneamente dolci sono frutto dell’innocenza di un bimbo ti puoi anche affezionare a un nome del genere, io lo feci.

Oggi infatti non sono più Trippa, non sono più Raffaele, non sono più Lele, non sono più Raffaello, non sono più silenzio, non sono più Don Raffaele, non sono più Don e basta, non sono Raffaeluccio. Dovreste averlo capito, sono il prete di Zampagna, e qui mi chiamano Don Spiffero!

Annunci