…continua da qui, inizia qua.

Dopo mangiato, mentre raggiungiamo i ragazzi che stanno già prendendo a calci la palla nel campo, abbiamo la prima conversazione privata. Non succedeva da vent’anni. Don Spiffero ha riconosciuto al primo sorso il vino nascosto nella brocca: lo rubavamo d’estate nella cantina di nonno Erasmo, quando la mamma ci porta nel vallese a trascorrere le vacanze d’estate. Il fendant è un vino bianco modesto, adeguato alla modesta agricoltura vallese. Ma anche da noi, a Zampagna, i vini non sono mai stati grandi cru: il borollo è turbido come il sangue ma raggiunge a mala pena i dodici gradi, mentre il netturzio fermenta e rompe i bottiglioni nelle notti di luna piena però, una volta aperto, sembra di bere lemonsoda. Per trovare una bottiglia di fendant sono dovuto andare fino a Sultona, la capitale e la diocesi. La prima volta che andai a Sultona avevo undici anni, e ci andai per dire addio al mio fratello sedicenne che entrava in seminario. Era una soleggiata giornata di ottobre: avesse piovuto, sarebbe stato più facile perdonare Spiffero.

Quando una persona ti sorride, viene automatico ricambiare il sorriso. E’ così anche con il vino. Il fendant è un vino sincero, e come dice in televisione un tipo coi baffi, invita automaticamente alla sincerità. Mio fratello ed io ci aggiorniamo sull’ ultimo ventennio. Otto anni dopo quel pomeriggio d’ottobre, Spiffero prese i tre voti. In quegli stessi giorni, io che avevo già rinunciato al primo comandamento, che avevo già rinunciato alla castità e che avevo già rinunciato all’obbedienza, solcavo i mari. Lui era pescatore di uomini, io di merluzzi. In comune avevamo la povertà, lui per voto io per ideologia marxista. Indossavo un berretto con una stella rossa e pelavo le patate imbarcato su una di quelle navi congelatore che per mesi perturbano l’ecosistema e rapinano banchi interi di pesce. Per tre anni ho ributtato a mare cadaveri di delfino e stivato tutto il restante cosicché si potesse ritornare in porto il prima possibile con il forziere pieno di bastoncini findus dorati. Tuttavia il surgelamento è un’ottima tecnica di conservazione, e le stive sono particolarmente grandi su questo genere di navi. Quando Spiffero ricevette in dono il sacramento dell’ordine e tornò a casa da mamma per celebrare la sua prima messa in paese, io pelavo patate e leggevo Gogol. Quando Don Spiffero celebrò il suo primo funerale, quello di mamma, io pelavo patate e leggevo I Demoni. Quando sbarcai, ormai ventiduenne uomo di mondo, non tornai nemmeno al paese. La mia chiamata vocazionale diceva che era il mio turno di andare alla città. All’Università degli Studi di Sultona, sublimai la mia esperienza operaia in opera accademica, e con un tasso inverosimile di un esame al bimestre, discussi la tesi di laurea quattro anni dopo. Se mi guardo indietro, non mi sembra di aver fatto molta strada: passato dalle stive alle biblioteche, ammasso libri politicamente corretti come fossero bastoncini di pesce. Non sono mai uscito dalla catena del freddo: al massimo, quando la nostalgia mi prende, pelo e friggo patatine alla festa. Quanto al marxismo…

– Qui mi chiamano Pagnino.

[continua…, e finisce la prossima volta]

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