Una sera ero con Debussy, Ezechiele ed il figlio di De André alla festa di rifondazione, o era la festa della birra, o la sagra dell’anguria o il palio delle contrade o il quagliodromo, non ricordo. Fatto sta che eravamo seduti su quelle scomodissime panchine pieghevoli che si vedono alle feste paesane. C’era anche il tavolo traballante, e sul tavolo c’erano i nostri piatti vuoti. Prima nei piatti c’era la pasta all’amatriciana, tranne in quello di Ezechiele che è frocio e ha preso panna prosciutto. Viene questo ragazzino col grembiulino bianco a chiedere per i secondi, che poi vuol dire o braciola o salsicce. Io chiedo se c’è anche il contorno, Debussy mi guarda in silenzio. C’era A) patatine fritte; B) fagioli e cipolle; C) nervetti; D) insalata e pomodori. Debussy non esita e mi precede: “Facciamo quattro”.

“Uno per tipo…” – conclude il cameriere stagionale, esibendo la sua logica aritmetica – “ Eh no! – si schermisce Debussy – quattro patatine, quattro fagioli, quattro nervetti, quattro ostiemadonni”. Il ragazzino, che ha una memoria storica, osserva che la guerra è finita da tanti anni. “Allora porta anche la mayonnaise”, si sincera Ezechiele.

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