Va be’ è domani, ma alla commissione biblioteca da tempo si è deciso di organizzare qualcosa di bello per la giornata della memoria, non il solito convenzionale corteo con tanto di corona d’alloro e discorso sbadigliato di un assessore mentre il mameli straziato da ottoni stonati siam pronti alla morte l’italia creò. No. L’idea era di trovare qualcosa, un nuovo format, il più politicamente scorretto possibile, che scuota le coscienze collettive dei pagnini ormai obnubilati da una babilonia di convenzioni borghesi, col fine ultimo di causare, almeno per pochi istanti, un baluginio cerebrale che consapevolizzi il paese sul fatto che comunque certe cose la comunità, nella novella emancipanda convenzionalità, comunque condanna. Comunque. Si è pensato ad una fiaccolata, non abbiamo saputo osare di meglio, e abbiamo rafforzato il tutto proponendo una sottoscrizione alle associazioni e ai gruppi riconosciuti del paese di un mai troppo abusato manifesto, che esprime ferma condanna, comunque, a queste cose. Comunque. Ma poi, il Presidente della Commissione, la giovane delfina della sinistra, fresca fresca di laurea in lettere spremuta su anni di sudore operaio dei genitori, viene a proporre, per suggellare il manifesto, una frase estratta da un libro che poi è una smemoranda ritrovata in una soffitta tedesca appartenuta a tale F.A. di anni tredici. Lì in quel momento, ho avuto la lucida consapevolezza che meglio avrebbero fatto i genitori di lei a comprarsi uno dei primi televisori al plasma e a mandare la loro figlia a sudare in filanda o a far la cassiera al Carrefour o la shampiera dal parrucchiere, che i soldi per i suoi studi letterari sono stati certamente buttati, anche se nella forma più politicamente corretta.

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