Ci vuol poco per perdere la fede, ma un boia de è di grande aiuto in questi casi.

La nonna di Bennola, quella della grappa, è tornata dal pellegrinaggio con un bel cero raffigurante la madonna dei morti della purchera. Devota, se lo porta in chiesa, e lo accende vicino al tabernacolo (quello dove ci dorme dentro l’unigenito). Poi va al mercato a comprare il pollo arrosto. Di ritorno, attraversa nuovamente la navata per rimirare il suo cero ardente. Il cero non c’è più. Con un colpo d’utero, viene in biblioteca a esigere spiegazioni (non siamo in sagrestia, ma sono molti a confessarsi in mezzo a questi libri). Provo a incolpare il sagrestano: ha l’alzheimer, si sarà sbagliato. Non ci crede. Provo a incolpare Don Spiffero: l’avrà tolto perché il fumo danneggia l’affresco originale di Epifanio da Voltapassera. Quel dipinto fa schifo, non la convinco. Il profumo di pollo arrosto comincia a innervosirmi, prendo dallo scaffale Baudolino e vedo se insieme a Umberto Eco riusciamo ad incolpare lei stessa distruggendo l’effimero potere del cero votivo: “Molte reliquie che si conservano qui a Costantinopoli sono di dubbiosissima origine, ma il fedele che le bacia sente emanare da esse aromi sovrannaturali. È la fede che le fa vere, non esse che fanno vera la fede”  ma la nonna non cede alla provocazione spirituale, e realizzo che vuole solo sentirmi incolpare il Padrone dell’Universo: lei è una vecchia signora col timor di dio, e le vecchie signore non bestemmiano, ma intuitivamente sanno che basterebbe che un uomo piazzasse un bel porcone scanato can do boia per ristabilire l’armonia tra la terra e lo spirito. Le prendo di mano il cartoccio e ne estraggo una coscia di volatile. Padre nostro – le dico – dacci oggi il nostro pane quotidiano – e azzanno. La nonna di Bennola si riprende il maltolto e se ne esce in silenzio. Poi rimette dentrola testa e mi sgrida: Comunista!

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