Le aveva provate tutte, la dieta della raspadura, l’omeopatia, i fiori di bach. Era andato dalla medegona, aveva fatto delle saune, aveva comprato la pedana vibromassaggiante vista su rete quattro. Una volta aveva indossato la fascia magica che faceva sudare e dimagrire, ma si era rotta quando si era chinato ad allacciarsi gli scarponi. Aveva il colesterolo nel sangue a seicento, la glicemia a trecento. A colazione puciava i tarallucci nella grappa. Si fece operare, togliere un pezzo di intestino cosi’ assimilava di meno e cagava di più. L’operazione era andata molto bene, e venne riportato nel suo letto a smaltire l’anestesia. L’infermiera scrisse DIGIUNO sulla sua cartella clinica. Svegliato che si ebbe disse: ostia che fame. Rubò al suo vicino un pacchetto di Togo, che mandò giù con un litro di acqua gasata. Tempo mezz’ora i succhi gastrici e le bollicine aprirono tutti i punti di sutura interni. I togo masticati e il cioccolato sciolto entrarono nella peritonite dove i batteri cominciarono a proliferare, a produrre gas e a entrare nel sangue. Dopo due ore aveva quarantadue di febbre e una setticemia incurabile. Spirò. Le sue ultime parole furono: proprio adesso che c’era da indamigianare diocane.

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