Successe un sabato sera che al Nano urtassero volutamente la macchina parcheggiata in divieto di sosta mentre questi trovavasi al Bar Aglio a bullarsi del bullabile. Il nano amava la sua automobile, perché giorni e giorni di straordinari erano serviti per goderla, ed erano giorni di servizio verso un padrone latifondista e piduista. Il nano aveva il dovere di conquistarsi una briciola di borghesia e sulla macchina era lui il padrone. Casomai potevano stuprargli la moglie, ne avesse avuta una, ma non certo infierire sulla berlina che ogni sabato pomeriggio con sommo rigore e dedizione veniva lavata, lucidata e corredata di Arbre Magique (mango, per quel che conta).

Non che non aspettasse occasioni del genere il nano, certo egli bramava quelle situazioni che permettevano di movimentare una serata già preannunciata squallida, noiosa, simile a quarantanove altri sabati sera. Era semplicemente una questione di principio (e di onore): era dunque necessario lamentare un affronto tale da farlo incazzare come non mai. Gocce di sudore scendevano dalla tempia del nano e rovinavano giù per la gola quando il pulsare martellante della giugulare le faceva sprizzare sulla camicia bianca sbottonata sul petto villoso ansimante taurino. Portava la giacca il nano quella sera, ma con ciò egli non s’impediva di sputare per terra e scrutare la piazza; il colpevole se l’era data a gambe, ma restavano due testimoni del fattaccio: Bario fumava, Nando di spalle blaterava qualcosa su Trapattoni. Non era loro la macchina. Il nano chiese informazioni, volle confermare le proprie supposizioni. Bario diede un’occhiata e fece uscire fumo dal naso. Nando declamava frasi da spogliatoio. Certo i due lo avevano sentito, ma lo ignoravano: il nano accennò anche ad un’ipotetica mancia.

Nei secondi seguenti, al nano palesò il sospetto di essere prossimo ad un salto evolutivo: presto tutto il rione avrebbe saputo, e già nella sua testa voci cattive preannunciavano un conto salato dal carrozziere (da lasciarci giù la tredicesima). Sì, sarebbe divenuto lo zimbello del paese; incrociandolo per strada, la gente avrebbe detto di lui: a quello gli hanno gnuccato la macchina apposta, davanti a tutti. – Ve la faccio vedere io – concluse, dirigendosi con passo da cowboy verso il bar. L’occasione richiedeva di adottare un comportamento maschio: il nano decise che occorreva ordinare qualcosa di forte al bancone e reclutare dei volontari. Per la caccia all’uomo, il Nano ingaggiò Battaglino, una personcina stimabile, il cui nome era a garanzia della missione intraprenda. Saltarono in macchina il nano e Battaglino, il nano accelerò con una sgommata mentre Battaglino chiudeva la portiera. Proprio come aveva visto fare al cinema tempo prima.

I destini del giustiziere e del nano si incrociarono quella sera, con un esito differente da quello presumibile se i due fossero stati un urbano vigile e un panettiere. Il nano non era un panettiere, era un operaio che lavorava sotto padrone, e l’altro non era un vigile urbano, ma un giustiziere (o così la dava a vedere).

Si dice che Bario continuò a fumare e Trapattoni restasse a lungo il ct della nazionale.

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