Ne devo avere uno. Sono arrivate le giostre a Zampagna e Fulvio se ne sta imbambolato davanti alla bancarella dei pesci rossi. Ne devo avere uno. È arrivata l’autopista che spara le sigle dei cartoni animati a tutto volume, si chiama attrazione per stordimento, Fulvio la scampa perché momentaneamente sordo. È arrivato il calcinculo, che in effetti sembra divertente, ma sua madre gli ha proibito di salirci. È arrivata la macchinetta dello zucchero filato, che delusione che è stata l’anno scorso. È arrivata la sala giochi con gli stessi videogame che c’erano vent’anni fa, attrazione anacronistica riservata ai nostalgici. È arrivato il punching ball, quell’affare che si prende a pugni e ti dice quanto sei forte. Per questo è troppo presto però, Fulvio deve ancora scoprire l’importanza della scalata sociale.

Per aggiudicarsi un pesciolino rosso bisogna lanciare una pallina da ping pong e fare centro in una specie di ampolla di vetro con dentro il premio. Le ampolle sono sistemate su diversi piani girevoli a formare una piramide, quelle più vicine alle postazioni di lancio hanno l’imboccatura più piccola, quelle nel mezzo sono collocate un po’ più in alto e sono più grandi. Quella al vertice della piramide invece è quella col l’imbocco più stretto perché dentro c’è il super premio misterioso. Fulvio se ne sbatte altamente del super premio. Tra le ampolle più in basso molte sono vuote, se no è troppo facile. Per vincere bisogna fare centro in quella giusta, se la pallina finisce in un barattolo vuoto si vince soltanto una pacca sulla spalla. Non vale sporgersi troppo.

Ne devo avere uno. La nonna gli ha dato cinque euro per andare sulle giostre, non è molto a dire il vero. Il criterio con cui sua nonna elargisce le mance non l’ha ancora capito. Gli dà venti euro per andare a prendersi un gelato e cinque per andare sulle giostre. Non ha senso, quanto pensa che costano i gelati? Con cinque euro si possono fare solo tre tentativi. Per portarsi a casa un pesciolino con questa cifra serve una bella botta di culo. Non può affidarsi così alla fortuna, non è questo il frangente. Ne devo avere uno. Il giostraio si è accorto della presenza insistente del bimbo. Ogni due minuti gli strilla in faccia: trèèèuuro unntiro, cinghèèèuro trèttiri!

Ho solo cinque euro, te li do tutti in cambio di un pesce rosso. Scegli tu quale darmi, dammi quello più sfigato, quello più vecchio, se ne hai uno che è malato che sta per morire va bene lo stesso. Non voglio tirare palline, voglio soltanto un pesce rosso, me lo vendi? Ho solo cinque euro, te li do tutti. Non sono uno stupido bambino che vuole tirare le palline. Non sono qui per divertirmi. Ho una missione, e mi serve un pesce rosso. Devo aiutare il mio amico Libero.

Libero è un pensionato che vive nello stesso complesso residenziale, da qualche anno è diventato un pescatore assiduo. Passa i suoi pomeriggi seduto in riva al fosso che scorre dietro le villette a schiera, seduto sempre nello stesso punto. Le sue chiappe hanno lasciato l’impronta sulla riva. Fulvio ogni tanto gli fa compagnia, i pescatori a dirla tutta non gli vanno proprio a genio. La pesca, la vede come una sorta di inganno. Una cosa un po’ da codardi, non è bello che si tendano trappole del genere ai pesci. I cacciatori sono molto più fighi invece. Si è fatto questa idea dopo averli visti quella sera, in paese, alla guida di un pick-up ricoperto di fango, con una fila orizzontale di faretti abbaglianti montati sulla testa. Uomini corpulenti, avventurosi, due seduti nel veicolo e due in piedi nel cassone, coi fucili nelle cinture. Tornavano dal bar, dove si erano scolati un paio di litri di birra scura a testa, e stavano andando a caccia di nutrie. Questo Fulvio non lo sa, forse è anche per questo che i cacciatori gli stanno simpatici. I pescatori un po’ meno.

Libero è un caso a parte, anche perché lui non è esattamente un pescatore, diciamo che ci prova. Da quando lo conosce non l’ha mai visto prendere un pesce. Si mette sempre nello stesso punto, dove per sua ammissione non ha pescato mai nulla, e tutti i pomeriggi ostinato continua a tornarci. Una volta il suo piccolo amico non è riuscito a trattenersi e gliel’ha domandato, perché continui ad insistere, perché non provi a cambiare posto? Insomma era palese che nel fosso dietro casa non c’era manco l’ombra di un pesce. Libero allora cambiò espressione, si fece più serio. Quando i grandi si rivolgono a Fulvio con la faccia seria è segno che stanno per dire una marea di cagate. Quel pomeriggio il vecchio gli disse che era un uomo di speranze, che in quanto tale non aveva bisogno di veder realizzate le sue speranze, che aveva bisogno soltanto di mantenerle in vita. Gli disse che non aver mai pescato nulla in quel posto non lo privava della speranza di riuscirci quel giorno, che l’insuccesso di quel giorno non avrebbe abbattuto il domani. Gli disse che il destino degli uomini simili a lui era quello di non vedere mai le proprie speranze realizzate, perché realizzarle significava in qualche modo farle morire. Gli disse che se quel giorno pescava un pesce il giorno dopo non avrebbe saputo che fare. Il piccolo lo ascoltò attentamente, senza capirci molto. Il discorso dell’amico sembrava un continuo contraddirsi. Se pur non lo comprendeva a pieno, o non lo comprendeva affatto, era sicuro di una cosa, non si trattava di una marea di cagate.

Adesso Fulvio pedala a tutta birra verso casa, tiene il manubrio con una mano sola perché l’altra stringe un sacchetto di plastica chiuso alla bell’e meglio. Nel sacchetto c’è un grazioso esemplare di Carassius auratus che nuota in mezzo litro d’acqua. Libero è già al suo posto, seduto là, dove l’erba non cresce più da un pezzo. Quando il bambino arriva getta la bici per terra senza curarsi del cavalletto, nasconde il sacchetto dietro la schiena e passa vicino al suo amico. Dopo averlo salutato frettolosamente si allontana di una decina di metri lungo la riva, deve stare attento a non farsi vedere..

La speranza è un pesciolino rosso che si tuffa in un rivolo torbido.

Sulla piazza una fila variopinta di bambini attende davanti ad una cabina, che se non sbaglio è la stessa che montano in comune quando ci sono le elezioni, poco più in là c’è il gruppetto di genitori adunati in discussione, gesticolano animatamente con i mozziconi stretti nelle dita. Il vento maltratta le sciarpe colorate dei piccoli, ne percepisco la forza rimanendo dietro il vetro della finestra, ogni folata porta con sé manciate di taglietti sulle labbra. La fila però non si scalfisce, i bimbi formano una linea dritta perfetta che rompe la piazza in due spazi diversamente equilibrati, il gruppo di genitori colma un vuoto nello spazio più grande, formano anch’essi un cerchio perfetto intorno al quale gravitano piccoli satelliti curiosi. Dall’altra parte invece stanno una dozzina di pensionati, stanno in piedi con le mani in tasca ad osservare la scena, hanno fatto dell’angolo nord-est la propria base strategica da tempi che nessuno ricorda. Chiusi nella sicurezza delle mezze stagioni che non ci sono più, formano un quadrato scuro dai lati spessi, una figura solida con i vertici leggermente smussati, che vuole dire non abbiamo bisogno di niente ma siamo affabili, non abbiate paura. Se voglio sapere cosa sta succedendo mi posso rivolgere a loro. Il tutto mi ricorda una tela di Kandinsky, colori tenui, forme audaci, significato inafferrabile. Mi sembra una giornata troppo brutta per organizzare le elezioni del capoclasse, se di questo si tratta, indosso il cappotto ed esco di casa per scoprirlo. 

Il quadrato dei pensionati mi accoglie affettuosamente, una volta dentro però devo stare alle loro regole, riscoprendo per l’ennesima volta una debolezza che mi accompagna da sempre e che di tanto in tanto, come oggi, mi mette in difficoltà. Non so parlare il mio dialetto. Lo capisco perfettamente ma non riesco a riprodurlo, è come se il mio apparato vocale si rifiutasse di emettere certi suoni. O forse è una questione di testa. La “u” è in assoluto la mia acerrima nemica, nel dialetto di Zampagna ci sono tre modi differenti per pronunciare questa vocale, ogni parola vuole la sua. Io sono in grado di storpiarla in tutte le sue versioni. Penserete che non è un problema tanto grave, io dico dipende, è tutto relativo alla condizione in cui vi trovate, se siete all’interno del quadrato l’incapacità di parlare in dialetto assume la sua importanza.

Detto questo veniamo al dunque. I bambini che formano la fila sono gli alunni della prima elementare, aspettano il proprio turno per entrare nella cabina dove saranno sottoposti ad un test individuale. Sono chiamati a svolgere una doppia prova, scritto più orale, che deciderà il futuro della loro nuova maestra d’italiano. La signora Giuseppina Abbate è arrivata a Zampagna qualche anno fa, dopo aver lavorato per un po’ di tempo come supplente, quest’anno, causa pensionamento della precedente maestra, è diventata insegnante di ruolo. La sua posizione ha suscitato da subito qualche malumore per via di un problemino che curiosamente si oppone al mio. Lei il suo dialetto lo sa parlare bene, e fatica ad abbandonare l’accento della sua terra. Giuseppina è nata a Trapani, se nelle vene vi scorre polenta di grano duro questo fatto può risultare inammissibile. I bambini di prima elementare sono soggetti estremamente plasmabili, alcuni genitori, i promotori di questa messa in scena, sono convinti che l’accento della signora Giuseppina possa rappresentare un elemento deviante dal corretto insegnamento della lingua italiana. La polemica è nata in piazza e si risolverà nello stesso luogo. Quello che oggi si vuole comprovare, o sfatare, è che l’influenza negativa abbia già fatto il suo corso, per capire se il germe è già stato innestato tutti bimbi verranno dunque messi alla prova, come già preannunciato, scritto più orale, sul classico dei classici.

Si dice Camicia o Cammicia? 

Ovvero merdoterapia, e del come la medicina stia per rimettercela dentro.

All'inizio c'è l'ano

L’ano si forma prima della bocca.

Prendiamola da lontano. Ma brevemente. Nell’uomo, durante le fasi iniziali dello sviluppo embrionale, la superficie sferica di un gruppetto di cellule si increspa formando una prima cavità. Da questà cavità, si formerà un buco di ciambella che poi diverrà il sistema digerente, il lungo tubo che collega la bocca con lo sfintere anale. Il tutto non comincia a svilupparsi con la bocca, ma con l’ano. Quindi, il buco del sedere ha un’importanza primaria nello sviluppo del genere umano.

Un'esemplare di deuterostoma femmina

Nei deuterostomi, lo sviluppo del culo è propedeutico allo sviluppo di altre strutture anatomiche meno complesse come il cervello.

Non di meno, il prodotto finale di questo sfintere – la merda altresì detta – ha un ruolo primario nello sviluppo dell’umanità. Inizialmente definita come uno sconveniente prodotto di scarto, in realtà la cacca possiede qualità complesse, capaci di influenzare l’economia e lo sviluppo di intere società. Non stupisce quindi come una nuova frontiera biomedica – il trapianto fecale – stia per rivoluzionare la società, la geopolitica e la narrativa thriller. Pensate per esempio al caldo dell’Africa orientale.

Il caldo dell’Africa orientale

Il fiume Serengeti scorre lento durante la stagione secca, e alcune vacche Zebù si abbeverano in un’ansa. La paura ancestrale del predatore le stimola un poco a defecare. Nel frattempo, due occhi socchiusi seguono attentamente il branco. Improvvisamente scatta l’attacco: mani abili raccolgono lo sterco ancora fumante. Un guerriero Masai torna a casa con un bel cesto di merda. Le proprietà dello sterco di Zebù sono paragonabili al cemento. A tutt’oggi, Masai e altre popolazioni africane sfruttano la capacità legante dello sterco delle loro vacche per assemblare, decorare e disinfettare le pareti delle loro capanne. La tribù Hadzabe, riporta Jeff Leach su Nature, ci si lava pure le mani [con la merda].

«Qui si ribadisce il concetto che gli escrementi hanno un valore sociale e un valore pratico»

La superiorità fertilizzante del letame di cavallo è nota tra i contadini della bassa padana, soprattutto Bennola e altri aficionados dello Psilocybe. E ancora, in tempi non sospetti, il guano sudamericano ha fertilizzato intere piantagioni di caffè. La merda più costosa in assoluto è quella di Piero Manzoni, la cui confezione gialla da 30 grammi si aggirava intorno ai 1000 bitcoin. La pupù non ha solo proprietà merceologiche. Alcune scimmie antropomorfe gettano i loro escrementi verso un eventuale antagonista. Come base del gesto offensivo, la merda ha trovato massimo utilizzo durante la seconda guerra mondiale quando il guano cileno veniva usato dall’industria bellica per estrarre ammoniaca e produrre acido nitrico, un ingrediente essenziale per la preparazione di esplosivi su larga scala e a basso costo. Ma la cacca è anche amore ed eros.

Amore e psiche

Per lo scarabeo stercorario, una bella palla di merda è un’offerta nuziale prodromica all’accoppiamento. Per arrivare dalla sua bella, questo geotrupe spinge la sua pallozza di cacca attraverso il deserto, mentre si orienta con la luce della via lattea. Come faccia nel medesimo istante, un bacherozzo con l’erezione a studiare le stelle e spallare merda è per taluni una delle prove del disegno intelligente del cosmo. A proposito, una piccola fetta dell’industria pornografica trova ispirazione artistica (e clienti) nella propensione di taluni esseri umani ad essere eccitati sessualmente dagli escrementi dell’altrui sesso. È scritto, ma non fornirò link.

Dunque arriviamo alla medicina: cos’è il trapianto fecale e perché è importante?

Col termine trapianto, in medicina si intende la sostituzione di una struttura fisiologica malfunzionante, con una struttura analoga – sana – prelevata da un donatore. Il trapianto di cacca, è esattamente quello che sembra. Un medico prende la cacca di un donatore e te la mette nel tuo intestino. E dopo tu stai bene. Ma perché?

Un donatore di cacca.

La questione sta in questi termini. Una volta avevi la diarrea e il medico di prescriveva i fermenti lattici. Poi è arrivata l’industria alimentare con gli yoghurt probiotici e le azioni dell’Enterogermina sono crollate. Ma ci sono casi molto difficili da debellare. Per esempio se ti becchi il Clostridium difficile, hai voglia a ingerire litri di Actimel. Ma neanche la boccetta di Enterogermina con il suo miliardo di spore di Bacillus clausii non gli fa una pippa, il Clostridium difficile è un bullo. Anche mezzi forti tipo batterie di antibiotici fanno poco. Ora, immaginate di bombardare il Clostridium difficile con migliaia di batteri ‘buoni’ diversi. Il destino del difficile è segnato. Puoi bullare una classe di 20 alunni, non puoi bullarne 20 milioni. Problema.

Dove trovare un milione di batteri buoni?

Chiedetelo agli Hadzabe. Nella merda. Nella merda di un individuo sano. I batteri ‘buoni’ stavano lì cinque minuti prima a salvaguardare l’intestino e poi a furia di crescere e duplicarsi ogni venti minuti hanno aumentato la massa fecale e alcuni di essi sono stati espulsi. Plof. Ma questa volta non finiranno nella fogna, ma in una vaschetta di alluminio come quella progettata dalla dottoressa Krauth.

Krauth SJ, Coulibaly JT, Knopp S, Traoré M, N’Goran EK, et al. (2012) An In-Depth Analysis of a Piece of Shit: Distribution of Schistosoma mansoni and Hookworm Eggs in Human Stool. PLoS Negl Trop Dis 6(12): e1969. doi:10.1371/journal.pntd.0001969

Una volta raccolta la cacca, testato in laboratorio che si tratti veramente di cacca sana (vedere: Corso di Laurea triennale per Igienista Fecale) si tratta poi di trapiantarla nel paziente malato. Tre vie praticabili. Via orale, rettale o sonda nasogastrica. In pratica la puoi succhiare, la devi masticare o come piace a te. Ogni metodo di somministrazione ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi (vedere: Corso di Specializzazione in Gnotobiotica), ma alla fine il risultato è sempre quello: un branco di batteri buoni invade l’intestino del ricevente e il Clostridium difficile passa in minoranza e schiatta.

Non solo diarrea: metabolismo e derive psicoanalitiche.

Ricordate quando leggeste che vi erano più neuroni nel vostro cervello che stelle nella galassia? Ricordate le leggende metropolitane sul fatto che usiamo il 10% del nostro potenziale cerebrale? Minuzie. Il cervello è come una scatola di lego Duplo fattoria mentre l’intestino è una scatola Lego Technic Ruspa con Telecomando. Una cosa che facciamo fatica ad accettare è che ci siano più batteri nel nostro intestino che neuroni nel nostro cervello. E parlando di mattoncini lego, per quanto piccoli possano essere i batteri intestinali, la somma dei loro geni è superiore rispetto al genoma umano. Quindi, aver parlato fino ad ora di ‘batteri buoni’ che ‘proteggono’ il nostro intestino, è stato un errore di rappresentazione. Più precisamente, abbiamo dato una rappresentazione Disneyana della nostra natura viscerale. La verità è che i batteri hanno molto più controllo su di noi e non contribuiscono semplicemente alla nostra regolarità intestinale. I batteri ci controllano. Altro che neuroni Duplo, una ridondante rete batterica sfaccetta il nostro fenotipo in svariate prospettive. Basta leggere i numeri di Nature e Science delle ultime settimane per rendercene conto. I batteri contribuiscono all’obesità, al cancro, alle allergie, alle malattie neurodegenerative, all’ansia, all’autismo, al comportamento, lo dice Cell e presto qualcuno ci verrà a dire dell’influenza dei microbiota sulle nostre prestazioni sportive o preferenze sessuali e religiose.

Una ridondante rete batterica sfaccetta il nostro fenotipo in svariate prospettive

 

Implicazioni etiche e legali

Farà notizie il serial killer la cui difesa sostiene che non si tratti di colpa sua, ma dei suoi batteri. Il fenomeno trapianto fecale sollecita alcune questioni etiche e legali che pochi anni fa erano impensabili. Già li vedo i giovani Vannoni fare fondazioni per la cura di piccoli bambini sfortunati. Per esempio, per quanto riguarda il diritto di proprietà e usufrutto, chi detiene i diritti della tua merda? Si tratta di un bene di tua proprietà che distribuisci in licenza o la vendi?  È legale vendere merda? Se sì, come ci si deve regolare nei potenziali casi di appropriazione indebita? La farai lo stesso in luoghi pubblici o sul posto di lavoro se sospettassi che qualcuno te la rubi per farci una valanga di soldi nei paesi in cui è legale trapiantarla? In fondo, la dieta mediterranea dovrebbe produrre ottima merda smerciabile per alcuni facoltosi clienti della confederazione russa. Per quanto io sia favorevole al doping, il resto del mondo non la pensa così. Cosa succederà al prossimo Giro? Come riusciremo a individuare i ciclisti che si trapiantano merda di ghepardo per correre più veloce?

Conclusioni

Lo diceva già Renato Pozzetto.

La ripetizione continua ed incessante di un Atto Elementare permette al genere umano di sostenere la propria esistenza. La riproduzione sessuale non c’entra, l’Atto Elementare non ha niente a che vedere col ciclo vitale, non contempla la catena generazionale e non sa fare i conti con l’eredità cromosomica. L’Atto Elementare è una condizione senza tempo. Se esistete in questo momento significa che qualche esemplare della vostra specie, nella camera a fianco a quella in cui vi trovate o dall’altra parte del mondo, almeno uno, ma in questo preciso istante, sta compiendo l’Atto Elementare. È una magia che si rinnova di continuo, dall’alba dei secoli, e il meccanismo funziona senza intoppi perché l’azione vitale sfugge alla conoscenza dell’uomo, nel senso che non la si può individuare con certezza, che poi è anche il motivo per cui questa teoria mi affascina. Devo averla letta da qualche parte anni fa, che sia il credo di una tribù del centro Africa o la fantasia di un personaggio di un romanzo, non me lo ricordo più. Mi è capitato di ripensarci spesso, questo lo so, divertendomi nel scartare le ipotesi che mi passavano per la testa. Consapevole che il processo deduttivo non sarebbe stato d’aiuto mi ci divertivo lo stesso. Poi è successo, quando meno me lo aspettavo, me lo sono trovato di fronte e l’ho riconosciuto.

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Nel mezzo della piazzetta, spostato verso le scalinate della chiesa, c’è un uomo seduto su uno sgabello, indossa un frac fieramente sgualcito e guanti con le dita mozzate. Ha la barba scura e incolta, il quadro la vorrebbe un poco più lunga ma pazienza. Davanti a sé ha un pianoforte a coda.

Sulle scalinate che ergono dietro la sua stazza siede un gruppo di zingari, sono almeno una dozzina, si sono presi una pausa temporanea dal lavoro per ascoltare il concerto. Il più giovane però non sembra tanto interessato alla musica, la sua attenzione è per il cappello del musicista, riverso per terra a mezzo metro dalla coda dello strumento.

Uno stormo di piccioni becchetta l’asfalto tra i piedi degli zingari.

Di fronte alla chiesa dall’altra parte dello spiazzo c’è un McDonald, sono le dieci del mattino, i tavolini fuori sono tutti occupati perché adesso servono anche la colazione. Questo periodo è talmente contraddittorio che nemmeno i piccioni si fidano.

Intorno al pianoforte si è formato un folto gruppo d’ascolto che risucchia nuovi membri ad ogni istante, un piccolo furgone sbuffa fumo bianco dalla marmitta, ha il permesso per circolare nella zona pedonale ma il momento glielo impedisce. Stanno tutti in piedi con la bocca aperta e nessuno si accorge di niente. Soltanto io realizzo qualcosa, che anche la mia mascella si è abbassata per lo stupore, è il primo passo verso la realizzazione completa. Sono nel centro del mondo, e questo gesto inconsulto, stupirsi a bocca aperta, è il suo Cuore pulsante, lo riconosco nelle bocche spalancate degli astanti, nelle placche metalliche che infelicemente decorano le dentature degli zingari, e negli avanzi premasticati di lipidi saturi che riempiono le fauci di chi siede a far colazione. 

Merda!

Oltre ad essere una tematica molto discussa nel Bestiario di Zampagna (vedi 123456), è stato il mio primo pensiero quando Perspicacio mi ha detto che suo zio voleva seguire le sue orme e venire a dare una mano in oratorio. Quel giorno non conoscevo ancora Bellosguardo, il mio pregiudizio aveva una sola discolpa, razzista forse, il proverbio che buon sangue non mente. Qualche giorno dopo il mio sacrestano me lo presentò di persona, il pensiero originario subì una leggera deviazione.

Merda santissima! 

Il fatto è che non c’entrava niente col nipote, la sua perfetta antitesi. Perspicacio è esuberante, esplosivo, espressionista. Suo zio invece è quel tipo di persona che mentre ci parli insieme sembra immerso in una riflessione metafisica così importante da giustificarne l’assenza. Fargli domande dirette non serve. Quando ne ha voglia si prende una pausa dalla meditazione e può anche essere che vi dia delle risposte, ma è soltanto lui, o più probabilmente il caso, a decidere se e quando. A parte questo, c’era un’altra cosa che mi preoccupava non poco, lo spessore dei suoi occhiali. La lente destra era almeno un centimetro, ed era quella meno spessa..

– Ma cosa vuoi che gli faccia fare?!

– Ma che ne saccio prete!

– Tuo zio è praticamente cieco!

– Esagerato..

– Gli ho teso la mano, non si è mosso. Hai visto no? Sono rimasto lì col braccio teso per una decina di secondi. Non un cenno. Lui non l’ha vista la mano lo capisci?

– Guarda che è mio zio, lo conosco. Non c’è bisogno che me lo spieghi tu che non ci vede!

– Vedi che lo dici anche tu! 

– Non ci vede bene da lontano e basta.

– Ma se non vedeva la mia mano!

– Perché quelle lenti gli stringono il campo mi sa..

– E quindi?

– E quindi cosa! Non capisco perché ti metti a fare tutte ste scene per un paio di occhiali. Mettilo di servizio al bar e pace, per vendere due merendine ai bimbi anche se non hai dieci decimi..

Perspicacio sottovaluta il ruolo di chi presta servizio al bar, e devo averlo fatto anch’io visto che mi sono lasciato convincere. Di fatto è vero che si tratta di vendere due merendine ai bambini, ma attenti a non lasciarsi ingannare dalla semplicità di questa frase! I bambini sono spietati. Se prestate servizio dietro al bancone e avete un qualsivoglia difetto, se ne accorgeranno. E lo sfrutteranno a loro favore. Se per esempio non siete molto abili a fare i conti col resto potete star certi che nessuno pagherà più con l’importo giusto, se avete qualche problema di vista, vi metteranno alla prova..

Oggi pomeriggio era il turno di Bellosguardo al bar, stasera il bottino della cassa era composto da:

– Euro 27,40
– Lire 1600 (una banconota da 1000 e tre monete da 200) 
– Tre monete d’oro di cioccolata, di cui una visibilmente sciolta
– Una banconota da 5 dollari del monopoli

Il monopoli era quello della Disney, sulla banconota c’è stampata la faccia di Paperino. Che faccio lo licenzio?  

Una volta al mese Claudio deve recarsi nella capitale per un controllo all’anca, là c’è un centro specializzato per gli anziani dove i medici parlano forte e chiaro, gli infermieri sono gentili e i pazienti, già che arrivano sempre con molto anticipo, fanno in tempo a fare amicizia. Ormai sono più di tre anni che frequenta questo istituto clinico, più di tre anni da quel maledetto giorno. Suo figlio glielo aveva detto che era arrivato il momento di lasciare la bicicletta nel garage, ma che diamine quello si preoccupa sempre di tutto! A furia di inventarsi preoccupazioni era riuscito a indovinarne una, ecco quello che era successo. Il vecchio era ancora capace di pedalare bene, e per quanto riguarda l’incidente non era stata colpa sua. Uno sbadato aveva aperto la portiera di colpo senza guardare. Se fosse stato inadeguato alla guida del ciclo, come molti dei suoi coetanei, probabilmente la portiera non l’avrebbe neanche centrato, perché quelli stanno sempre in mezzo alla strada.

Il dottore che lo visita, nonostante non capisca un granché della sua anca, è un tipo simpatico. Un po’ petulante a volte, soprattutto quando attacca con la storia dell’osteoporosi. Dice che dopo una certa età la fragilità ossea diventa normale, che l’osteoporosi non è una malattia ma una condizione bla bla bla bla bla.. Claudio scuote la testa, l’osteoporosi e la fragilità non c’entrano un corno, anzi deve ringraziare la pellaccia dura! Se al posto suo ci fosse stato il dottore probabilmente non sarebbe sopravvissuto allo schianto.

Le visite purtroppo cadono durante la settimana lavorativa, Claudio la patente non ce l’ha più da un pezzo, suo figlio non potendo prendersi sempre mezza giornata di permesso si è rivolto all’Auser di Zampagna, un’associazione di volontari che (tra le altre cose) fa servizi di accompagnamento per chi ha esigenze di questo tipo. Il suo autista di fiducia si chiama Bigio, un vecchio che avrà sì e no un paio d’anni in meno di lui, anche se a vederlo guidare non si direbbe. Sembra molto più vecchio. Che senso ha smettere di rinnovare la patente se poi ci si ritrova costretti a farsi accompagnare da uno che guida peggio di te? Claudio vorrebbe tanto che quel pirla di suo figlio glielo spiegasse. E già che ci siamo, potrebbe spiegargli anche un altro paio di cosette. Primo, perché usano il pulmino bianco degli handicappati per accompagnarlo? Secondo, perché quel vecchio testardo di Bigio, tutte-le-sante-volte, deve ostinarsi ad aiutarlo per attraversare la strada? Questa cosa lo manda in bestia. È ridicolo, sembrano due vecchi a passeggio. L’ultima volta per fortuna Bigio non c’era, hanno mandato un ragazzo nuovo quelli dell’Auser, un ragazzo giovane e sveglio che sa ascoltare quello che gli si dice. Arrivati a Sultona, dopo aver parcheggiato, ha chiesto a Claudio se voleva essere accompagnato a piedi fino all’istituto. Al suo rifiuto non ha insistito, ci vediamo qui tra un’ora e mezza, buona visita, ed è ripartito.

Davanti a sé le strisce pedonali. Certo che sono belle larghe le strade della capitale, di questa non si contano nemmeno le corsie. Le strisce sull’asfalto della carreggiata sono un po’ sbiadite ma osservando il traffico si riconoscono almeno quattro corsie. Più le macchine parcheggiate a lato. Il semaforo sul ciglio opposto è rosso ma alcune persone decidono di attraversare lo stesso. Perché? Claudio si accorge di non aver mai prestato attenzione al semaforo, è Bigio che di solito dà il via all’attraversata trainandolo per un braccio. Comunque il semaforo è rosso, lo vede bene. Infatti quell’altro gruppetto di persone sta aspettando, giustamente. Tra poco dovrebbe scattare il verde..

Quanto dura un semaforo verde?

In questi momenti le gazzelle si fanno più vicine. C’è tensione nell’aria. Radunate in branco fanno piccole smorfie col muso, stanno ossigenando le narici, sondano il vento in cerca di segnali. I bulbi oculari scattano nervosamente da un fuoco all’altro. La natura ha insegnato loro tutto, la consapevolezza della necessità di questo passo e la paura ancestrale che lo accompagna. Il fiume attende silenzioso. Tra i pochi programmi televisivi che Claudio guarda senza disattivare il sonoro ci sono i documentari sugli animali, le voci narranti parlano lentamente, con perfetta dizione.

Il primo semaforo verde lo ha colto di sorpresa, si è perso l’istante in cui è scattato e allora è meglio aspettare il prossimo. Il secondo verde l’ha lasciato andare apposta per capire più o meno quanto poteva durare. Il terzo lo ha cronometrato, orologio alla mano fanno 38 secondi. Il quarto se ne è andato senza un motivo preciso. Il quinto ha portato con sé un dubbio. Il tredicesimo ha trasformato il dubbio in certezza. Dopo settantaquattro semafori verdi perduti Claudio fa dietrofront, nel parcheggio dietro l’angolo il pulmino bianco lo sta aspettando col motore acceso.

Bambino autistico che impugna un uroboro

Bario è uno di quei bambini con un disturbo dello spettro. Anche lui è unico, come tuttosommato lo sono tutti i bambini, solo che lui è un po’ più unico degli altri. Per esempio, le sue orecchie sentono uno spettro diverso. Bario non distingue tra domanda e affermazione. Nella stessa stanza, Bario non risponde a chi lo chiama per nome, ma si sposta altrove se qualcuno, nella stanza accanto, scarta una caramella Rossana. Se la caramella è una Big Fruit, Bario non reagisce. Bario ha un’attenzione selettiva: se gli dici Bario vuoi una caramella, non risponderà e giammai ricambierà il tuo sguardo. I suoi occhi infatti indugiano in dettagli che la gente comune, quella che ha un profilo su facebook per esempio, non è in grado di cogliere. D’altraparte Bario non sa distinguere un sorriso da un’altra smorfia. Le espressioni facciali lo confondono, per questo si guarda sempre i piedi. Ma se prendi quella trottola e la fai girare, Bario la seguirà. È affascinato dalle cose che girano intorno ad un proprio asse. Dalle cose dove la fine diventa l’inizio e l’inizio è stato la fine. Bario è un collezionista di urobori elementali, i serpenti che si mordono la coda. Nel suo spettro, c’è un’estenuante estetica della ripetizione. La trottola è l’uroboro della terra.

serpente che si morde la coda

C’era questo acquario. Suo padre l’aveva portato in casa un sabato mattina. Dentro c’erano dei pesci con gli occhi storti e deformi, ma erano molto colorati ed eleganti in un certo qual modo. Dei pesci con una sorta di disturbo dello spettro anche loro. Sua madre pensava che avessero potuto fargli bene, cose tipo i grandi benefici della pet therapy che si leggono su Confidenze o Donna Moderna. Bario non degnò di uno sguardo i pesci e l’acquario fino a quando suo padre non accese l’areazione. Questa cosa che l’acqua deve essere costantemente ossigenata altrimenti le creature acquatiche muoiono. Le bolle. Le bolle che raggiungono la superficie e si annichiliscono, mentre in basso nuove ne nascono. Cosicché, a beneficio dei pesci nell’acquario, ad ogni istante il numero di bolle dovrebbe essere costante. Dovrebbe. Avete mai provato a contarle? Prima delle convulsioni, Bario stette in piedi a contare le bolle per quattordici ore. L’ouroborus dell’aria.

L’ouroboro dell’acqua. Se piove, la madre di Bario deve calare le tapparelle e accendere la luce. Le gocce di acqua che scivolano sui vetri possono distoglierlo da qualsiasi abitudine, da qualsiasi attività, simpatica e parasimpatica. A volte smette di respirare mentre conta le gocce che si infrangono sul vetro.

Al supermercato, sua madre controlla tutte le liste degli ingredienti. C’è una mamma su yahoo answers che dice che eliminando glutine e lattosio ci sarebbero dei risultati inpensabili. Tipo che dopo un mese di dieta suo figlio le disse mamma ti voglio bene. A Bario piace il latte. Ma solo dentro il bicchiere di vetro, mai nella tazza. Deve essere caldo. Un bicchiere raso. 52 secondi di microonde. 52 come le settimane dell’anno. Bario si siede sulla sua seggiola e aspetta che il bicchiere gli venga posato davanti. Leggermente sulla destra. Poi lui versa un cucchiaino pieno raso di Nescafè decaffeinato. Senza mescolare attende che si formi un gradiente bianco marrone sul fondo. Solo lui sa quando il latte è pronto per essere bevuto. In genere a quell’ora il latte è freddo. Se i secondi di micronde sono 50 o se il bicchiere è un po’ troppo a sinistra il mondo finisce. Bario può collassare se chi gli scalda il latte non cura certi dettagli. Questo è l’uroboros del fuoco. Su yahoo answers una mamma dice che è tutta colpa dei vaccini. Sua madre è fascinata dall’uroboros dell’informazione.

C’era un paese fatto di idrofili e lipofili. Tecnicamente, ognuno avrebbe potuto disciogliersi dove voleva, in acqua o in solventi oleosi. Purtroppo alcuni idrofili influenti erano lipofobi e ordinarono a tutti di disciogliersi in acqua. Agli idrofili veniva bene, ai lipofili un po’ meno, e dovevano fingere che la cosa piacesse loro, o evitare del tutto di bagnarsi. E la cosa andò avanti così per secoli, e ufficialmente il mondo venne definito idrofilo per natura.

Però, ufficiosamente, alcuni lipofili usavano ancora lavarsi con olii essenziali e mescolarsi tra di loro in segreto. Se venivano scoperti, la cosa suscitava uno scandalo tale che i lipofili venivano messi a morte alla stregua di altri pervertiti, tipo quelli che descrivevano la Terra basandosi su geometrie non euclidee. Tutti purificati per annegamento nell’acqua, solvente idrofilo per eccellenza.

Poi venne Freud, e disse che il bambino all’inizio provava un piacere lipofilo. In seguito qualcun’altro notò altre creature avere comportamenti lipofili. Finalmente nacque un certo orgoglio lipofilo. Ci fecero pure il musical: Grease.

Poi venne il pari-opportunitanesimo. A idrofili e lipofili erano garantite le stesse quote nelle pubblicità della pasta e in parlamento. Genitori idrofili dovevano concepire almeno un bambino lipofilo, altrimenti botte. Una volta un aereo non venne fatto decollare perché c’erano troppi idrofili a bordo e alcuni posti vuoti.
– Metteteci dei lipofili. Disse l’Inquisizione Opportunitanista – altrimenti l’aereo non parte.

Grazie ad armi chimiche, dei terroristi bombardarono questo paese con tensioattivi anfipatici, e la tensione superficiale non fu più causa di stupide fobie.

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