Il nostro senso di stabilità è in parte illusorio: ogni giorno varie decine di miliardi di cellule si autodistruggono e vengono sostituite da cellule nuove. Noi siamo, in ogni momento, in parte sul punto di morire e in parte di rinascere. Questa precarietà, questo perenne rinvio, svolge un ruolo essenziale nella nostra plasticità e complessità, poiché ci consente di plasmarci, ricomporci, adattarci ad un ambiente in perpetuo mutamento. Però, non è che sei la sola donna al mondo ad avere le mestruazioni. Fattene una ragione ostiemadonni.

Trasloco in vista. A Zampagna, con un referendum su facebook la maggioranza dei cittadini ha riconosciuto che è un gran stressarsi le balle avere dei comunisti in giro quando si è liberali e avere fascisti in giro quando si è del movimento.  E con un plebiscito su doodle ha deliberato che basta, ci si divide. Quelli di sinistra a sinistra e quelli di destra a destra. Per sinistra si intende la sponda sinistra del Pagnirolo, che guarda caso, scorre da Nord a Sud, quindi la sponda sinistra è sul lato orientale (russo) e quella destra sul lato occidentale. E’ stato così deciso: il paese si separa in due emi-paesi, ognuno col suo sindaco. A sinistra c’è un educatore sinistroide, a destra c’è un podestà destroide. Chi è di destra e vive sulla sponda destra è fortunato, e quindi paga delle tasse in piu’ per agevolare il trasloco dei propri concittadini destroidi che hanno casa sul lato sinistro. A loro volta, i cittadini sinistroidi preferiscono trasferirsi sulla sponda sinistra, agevolati dalle tasse dei loro compagni indigeni. Ci sono poi gli apolitici. Questi non hanno idea politica, e possono restare dove sono, ma rinunciano al diritto di esercitare un voto e a trasferirsi (e al diritto alla procreazione mediante castrazione volontaria su una sponda di cui è pietoso e saggio tacere anche il nome. Sulla sponda sinistra il voto viene esercitato con la maggiore età, sulla sponda destra il voto viene esercitato quando il cittadino è in grado di auto-sostenersi e pagare le tasse. In quanto alla biblioteca, e questo è il mio lavoro, mi è stato chiesto di separare i libri su due diverse pareti, per inviarli alla rispettive biblioteche di dritta e di manca. La tragedia è che ‘I love shopping’ non so dove metterlo, e ovunque lo metta, o qualora decida di bruciarlo o parimenti di comprarne una seconda copia per poterla includere in entrambe le biblioteche, ciò non cambierà l’esito finale, ovvero la fucilazione per terrorismo barra apologia di reato.

Caro Bennola, se ti senti danneggiato dal contenuto presente su questo Bestiario, puoi fare immediatamente una rettifica attraverso un commento, con buona pace del comma 29. Questo lo dico a caldo e con una buona dose di superficialità, insomma è un’emozione piu’ che un’argomentazione ma adesso, per favore, riapri wikipedia e non rompere troppo il cazzo che sono intristito per il mio amico poliziotto: settimana prossima toccava proprio lui apparire col berretto blu stirato di nuovo mentre dava la manina a Amanda, e questa, dopo quattro anni di Erasmus pagato a mie spese, ci lascia. Raccontavo proprio di questa tristezza l’altra sera al bar Aglio con il mio amico che lavora a Moody’s: Adesso che non ce l’abbiamo piu’ tra le balle – dicevo – il bilancio dello stato dovrebbe andare meglio. Lui mi ha detto che sono cinico e per dispetto ha tagliato il rating.

continua da prima, inizia da una frittura di patate.

Don Spiffero mi guarda negli occhi. I ragazzi hanno già cercato la rissa una mezza dozzina di volte perché fare gol è difficile e subirlo è ancora più dura. Ad un certo punto è stata richiesta anche l’intercessione di una madonna con le sembianze da animale che Don Spiffero ha saggiamente evitato di udire. Avevo più o meno l’età di questi ragazzi quando mio fratello mi lasciò da solo con mamma per andarsene in seminario. Non credo che mi sia stato facile accettare la sua decisione, ma ero molto giovane e tutto era nuovo. A quell’età il cervello è così plastico che si rimodella e si riavvolge intorno all’esperienza, fagocitandola e seppellendola in sinapsi profonde che non vengono mai digerite o risolte. Poi, dopo vent’anni e qualche spinello incomincia la morte neuronale. La guaina che isolava la mia personale drammatica comincia piano piano a sgretolarsi. E’ allora che cominciano i sogni. Mi riappargono pensieri, parole, opere ed omissioni che allora non ero conscio di aver registrato, ed è il loro nitore che mi sprona a cercare Spiffero. Dettagli che vorrei rimettere in prospettiva con l’aiuto di un altro prete. Un esorcismo. E magari, tanto che ci siamo, togliermi il capriccio di rievocare quello che era il gioco di due fratelli, un gioco interrotto dalle circostanze e dalle vocazioni. La palla arriva diretta, all’improvviso, interrompendo le nostre chiacchere di circostanza e colpendo Spiffero sulla schiena. Giocare insieme. Con un colpo d’anca tolgo il pallone dal controllo di Don Spiffero e quasi lo butto per terra. Durante gli esercizi spirituali vige la regola del silenzio. Spiffero riprende l’equilibrio e mi guarda ancora una volta con quella lentezza che non gli conoscevo. Non potremo parlarci durante quella settimana. La dimensione gestuale sarà fondamentale, tanto vale fare allenamento. Con una lentezza accumulata da anni di contemplazione della dimensione del sacro, Spiffero piega il sopracciglio all’insu. E’ mio fratello maggiore, è la prima persona che consciamente ed inconsciamente ho emulato, mimica facciale inclusa. Il sopracciglio all’insu è possibilista. Mi tolgo la maglietta e mentre gli passo la palla Spiffero intuisce. Nel campo della festa di rifondazione, sotto un sole cocente, il Curato di Zampagna, il monsignore Don Spiffero si sbottona la veste talare. Lentamente.

-          Palla o campo?

FINE

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Proposto negli ultimi quattro post, è o potrebbe essere il primo capitolo di un racconto breve strutturato in quattro capitoli. Devo ancora scrivere gli altri tre. In questo primo capitolo ho delineato l’esordio, che dovrebbe incuriosire e spingere a leggere oltre. Il secondo capitolo costituirebbe lo sviluppo. Il terzo capitolo sarà per il climax e il quarto per lo scioglimento o agnizione. Resta da includere la complicazione, mi sa che anticiperò i tempi e la mettero’ tra il primo e il secondo capitolo, e naturalmente un po’ di sesso inteso come forma di comunicazione umana. Quello che mi serve veramente adesso è un po’ di incoraggiamento, quindi se vi va di buttare giù una riga nei commenti mi faciliterete. Dieci commenti mi faranno addirittura sentire importante. Non è che passi molta gente nella biblioteca di Zampagna. Potreste anche portare degli amici se vi va. A loro interesserà sapere che l’inizio della storiella si legge qui http://zampagna.wordpress.com/2011/08/31/esercizi-spirituali/ 

…continua da qui, inizia qua.

Dopo mangiato, mentre raggiungiamo i ragazzi che stanno già prendendo a calci la palla nel campo, abbiamo la prima conversazione privata. Non succedeva da vent’anni. Don Spiffero ha riconosciuto al primo sorso il vino nascosto nella brocca: lo rubavamo d’estate nella cantina di nonno Erasmo, quando la mamma ci porta nel vallese a trascorrere le vacanze d’estate. Il fendant è un vino bianco modesto, adeguato alla modesta agricoltura vallese. Ma anche da noi, a Zampagna, i vini non sono mai stati grandi cru: il borollo è turbido come il sangue ma raggiunge a mala pena i dodici gradi, mentre il netturzio fermenta e rompe i bottiglioni nelle notti di luna piena però, una volta aperto, sembra di bere lemonsoda. Per trovare una bottiglia di fendant sono dovuto andare fino a Sultona, la capitale e la diocesi. La prima volta che andai a Sultona avevo undici anni, e ci andai per dire addio al mio fratello sedicenne che entrava in seminario. Era una soleggiata giornata di ottobre: avesse piovuto, sarebbe stato più facile perdonare Spiffero.

Quando una persona ti sorride, viene automatico ricambiare il sorriso. E’ così anche con il vino. Il fendant è un vino sincero, e come dice in televisione un tipo coi baffi, invita automaticamente alla sincerità. Mio fratello ed io ci aggiorniamo sull’ ultimo ventennio. Otto anni dopo quel pomeriggio d’ottobre, Spiffero prese i tre voti. In quegli stessi giorni, io che avevo già rinunciato al primo comandamento, che avevo già rinunciato alla castità e che avevo già rinunciato all’obbedienza, solcavo i mari. Lui era pescatore di uomini, io di merluzzi. In comune avevamo la povertà, lui per voto io per ideologia marxista. Indossavo un berretto con una stella rossa e pelavo le patate imbarcato su una di quelle navi congelatore che per mesi perturbano l’ecosistema e rapinano banchi interi di pesce. Per tre anni ho ributtato a mare cadaveri di delfino e stivato tutto il restante cosicché si potesse ritornare in porto il prima possibile con il forziere pieno di bastoncini findus dorati. Tuttavia il surgelamento è un’ottima tecnica di conservazione, e le stive sono particolarmente grandi su questo genere di navi. Quando Spiffero ricevette in dono il sacramento dell’ordine e tornò a casa da mamma per celebrare la sua prima messa in paese, io pelavo patate e leggevo Gogol. Quando Don Spiffero celebrò il suo primo funerale, quello di mamma, io pelavo patate e leggevo I Demoni. Quando sbarcai, ormai ventiduenne uomo di mondo, non tornai nemmeno al paese. La mia chiamata vocazionale diceva che era il mio turno di andare alla città. All’Università degli Studi di Sultona, sublimai la mia esperienza operaia in opera accademica, e con un tasso inverosimile di un esame al bimestre, discussi la tesi di laurea quattro anni dopo. Se mi guardo indietro, non mi sembra di aver fatto molta strada: passato dalle stive alle biblioteche, ammasso libri politicamente corretti come fossero bastoncini di pesce. Non sono mai uscito dalla catena del freddo: al massimo, quando la nostalgia mi prende, pelo e friggo patatine alla festa. Quanto al marxismo…

- Qui mi chiamano Pagnino.

[continua..., e finisce la prossima volta]

torna alla prima parte

Un prelato, per quanto abituato ad avere addosso gli occhi dei fedeli, si troverà sempre un po’ a disagio per la curiosità destata dalla sua presenza alla festa di rifondazione? Don Spiffero guarda la mano verso di lui tesa, poi ricambia il mio sguardo, poi ritorna a guardare la mia mano e poi capisce e si rialza in piedi con la stessa fatica con cui si era seduto. L’esitazione non è durata che una frazione di secondo, lungi dall’essere colta dalla ciurmaglia che siede tra di noi, ma non è scappata all’attenzione di Bario, che in silenzio ci guarda mentre ci stringiamo la mano. Don Spiffero è in procinta difficoltà, così parlo io per primo. Quello che ci diciamo sono convenevoli che girano intorno alla missionaria propensione del pastore di entrare nella tana dell’orso per recuperare la pecorella smarrita, o magari era la tana del lupo o del leone. Magari era la mano messa dentro il covo di serpi; l’importante è incominciare con un semplice canovaccio, che metta l’ospite a proprio agio, cosicché in seguito io possa richiedere le difficili delucidazioni necessarie per la cucina in una maniera che risulti gradita, opportuna e naturale. Seduti a tavola con il prete, nessuno dei ragazzi si arrischia a ordinare della birra, codardi.

Ritorno in cucina da Chiara, le guardo il culo e l’informo che sono nove carbonare sette cocacole e che il vino vado a prenderlo da solo. Stamane, come tutti sotto il capannone, Chiara era un po’ incredula, ma sa leggermi in viso: quando il mio sopracciglio sinistro è piegato in giù, io sono veritiero. Ineluttabilmente. Anni fa, quando al culmine di certi eventi mi bacio’ sulla bocca per la prima volta, io staccai il peso dei suoi seni dal mio petto e le dissi che non mi avrebbe mai scopato. Il mio sopracciglio era piegato all’ingiù. Stamane, poco dopo aver appreso che avrei avuto un ospite, Clara raduna tutta la tribù di grembiulini falcemartello e dice che oggi, alla prima bestemmia che sente, molla la cucina e manda tutta la festa a puttane. Nessuno fiata: l’autorevolezza è uno stile nel comportarsi. Quando ritorno, e verso la bottiglia di Fendant dentro la caraffa del vino alla spina, consiglio a Clara di andarci piano col pepe che al prete non piace. Le mi guarda con gli occhi socchiusi, come fa sempre quando qualcosa non le torna, poi conclude che Don Spiffero ed io ci assomigliamo. Faccio il gesto del silenzio e le rispondo:

-         E’ mio fratello maggiore.

[continua qui...]

A questo gruppo di adolescentelli che solo sei mesi fa ha scoperto nel contempo van der sfroos e Axe Africa per le ascelle, a questa mandria sulla via della civilizzazione e della scoperta del pube, io, a questi bocia gli friggo le patatine. Maternamente, cerco di non salargliele troppo e una volta in cucina ho quasi fatto a pugni con uno più importante di me perché non voleva farmi cambiare l’olio esausto. Voglio bene a queste creature, ma a volte compro per loro qualche pacchetto di sigarette adesso che chiedono la carta di identità. Loro mi vedono qui, alla festa di rifondazione a friggere patatine e non mi vedono a messa a farmi le tre croci sulla fronte, la bocca e il cuore, quindi per loro io sono un gran mangiapreti. Ho sempre sguazzato nei sottointesi, quindi non nego e non confermo, al limite scommetto. Questa volta ho perso. Il patto era che se mi avessero portato Don Spiffero a pranzo, qui alla festa di rifondazione, io mi sarei iscritto insieme a loro alla settimana di esercizi spirituali in montagna. E loro, che le loro mamme ancora credono negli oratori e nell’aria salubre di montagna, e loro, che comunque è pur sempre una settimana senza matusa e magari si incontra della bella figa, e loro, che giusto ci mancava la ciliegina sulla torta, hanno pensato: che figata se viene anche Pagnino. E per coronare questa visione hanno intrapreso la missione più eroica di tutte le estati passate e a venire. Potenza delle patatine fritte.

Così, allo stato attuale delle cose, Don Spiffero, non senza un qualche ingombro sterico, si infila tra il tavolo e la panchina, sistema dignitosamente la veste nera per non farla toccare per terra e si siede al tavolo. Prendo il cestino di pane e il menu e mi avvio verso il pretaccio. Loro, le loro facce vittoriose e trepidanti dell’avventura prossima futura. Loro, un monumento alla vita che merita di essere vissuta. Loro, i loro occhi che mi guardano e mi scrutano e poi mi guardano.

- Ne è passato di tempo, prete. -

[continua...]

Una sera ero con Debussy, Ezechiele ed il figlio di De André alla festa di rifondazione, o era la festa della birra, o la sagra dell’anguria o il palio delle contrade o il quagliodromo, non ricordo. Fatto sta che eravamo seduti su quelle scomodissime panchine pieghevoli che si vedono alle feste paesane. C’era anche il tavolo traballante, e sul tavolo c’erano i nostri piatti vuoti. Prima nei piatti c’era la pasta all’amatriciana, tranne in quello di Ezechiele che è frocio e ha preso panna prosciutto. Viene questo ragazzino col grembiulino bianco a chiedere per i secondi, che poi vuol dire o braciola o salsicce. Io chiedo se c’è anche il contorno, Debussy mi guarda in silenzio. C’era A) patatine fritte; B) fagioli e cipolle; C) nervetti; D) insalata e pomodori. Debussy non esita e mi precede: “Facciamo quattro”.

“Uno per tipo…” – conclude il cameriere stagionale, esibendo la sua logica aritmetica – “ Eh no! – si schermisce Debussy – quattro patatine, quattro fagioli, quattro nervetti, quattro ostiemadonni”. Il ragazzino, che ha una memoria storica, osserva che la guerra è finita da tanti anni. “Allora porta anche la mayonnaise”, si sincera Ezechiele.

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